Macroregioni, nuovi poteri per Roma

La riforma costituzionale proposta dal Governo Renzi e dalla maggioranza di centrosinistra, non risolveva il problema della modernizzazione delle nostre istituzioni ed non riordinava il sistema delle autonomie. Dopo la sua sonora bocciatura nel referendum del 4 dicembre 2016, la maggioranza ha abbandonato ogni tentativo di compiere altre riforme, pur parziali, prima della fine della legislatura.

È dunque comprensibile perché, data l'inconcludenza di tutte le proposte dall'alto, ci sia oggi una forte iniziativa dal basso. Si pensi ai referendum promossi dal Veneto e dalla Lombardia, che chiedono maggiori autonomie, alla proposta di iniziativa popolare, predisposta dal Comitato Macroregioni nato su idea di Pier Ernesto Irmici per la costituzione di una macroregione a Statuto speciale - fusione di Lazio, Molise e Abruzzo - con all'interno la Provincia Autonoma di Roma Capitale, ad altre iniziative ancora, che sono preannunciate, come quella della Campania su iniziativa di Stefano Caldoro.

In questo contesto appare stonato l'appello del senatore Raffaele Ranucci lanciato dalle colonne de "Il Messaggero" (11 settembre) per "cominciare subito a discutere nelle Camere" la sua proposta per ridurre il numero delle Regioni e dare poteri di regione a Roma. Ciò, tanto più se ci ricordiamo che proprio il suo partito accantonò questa problematica riconducendo la materia a un inutile quanto generico ordine del giorno. Ma si sa; le riforme sono ritagliate quasi sempre sugli egoistici interessi di partito e in quel momento il Partito Democratico governava 18 Regioni su 20.

È ovvio, dunque, che adesso il Pd sia in grave difficoltà e non sappia come rincorrere le tante iniziative che stanno nascendo e l’appello del senatore Ranucci è un mero sotterfugio per nascondere questa situazione. È, d’altronde, sufficiente considerare i tanti impegni in agenda in Parlamento - si pensi alla legge elettorale e a quella di bilancio - per capire che manca in questo ultimo breve tratto di legislatura il tempo necessario per varare una legge costituzionale così complessa.

Invece, più realisticamente, l’attuale maggioranza farebbe bene a considerare subito le iniziative già pendenti e, in particolare, la proposta del Comitato Macroregioni che va nella direzione che egli auspica.

Quest’ultima è lineare: una macroregione composta da Lazio, Abruzzo, Molise con all’interno la Provincia Autonoma di Roma Capitale, sul modello, per intenderci, del Trentino-Alto Adige, Regione a Statuto speciale con due province autonome. Si interviene, in sostanza, modificando gli articoli 116, 117 e 131 della Costituzione e si affrontano tre problemi, che non possono più essere elusi: 1) la riduzione del numero delle attuali Regioni (la Germania, più grande di un terzo dell’Italia, ha 16 lander); 2) il superamento dello stato di minorità dei cittadini che vivono nelle Regioni a statuto ordinario (o tutte a statuto speciale o tutte a statuto ordinario); 3) il regime della Capitale che, attualmente, non differisce da qualsiasi altra Città metropolitana, mentre dovrebbe avere un suo ordinamento speciale, come avviene in molte capitali del mondo occidentale e non.

È una proposta e come tale suscettibile di modifiche, ma, indipendentemente da come il legislatore vorrà modificarla, ha anche il merito di costringerlo a mettere mano sull’intero articolo 131, che oggi istituisce le attuali 20 regioni, e sulla ripartizione delle attribuzioni tra Stato e Regioni, scombussolata dalla riforma del Titolo V della Costituzione voluta dal centrosinistra nel 2001. Sarà in quel contesto che dovranno essere riviste le funzioni che devono essere svolte in modo unitario e le forme di partecipazione delle autonomie alle scelte dello Stato. Dovranno essere recuperate funzioni essenziali che nessuno più svolge o che non sono imputate con chiarezza ad alcun responsabile.

(*) Professore emerito di Diritto pubblico presso l’Università “La Sapienza” di Roma