Avvocati: il sindacalismo dell’equo compenso

Lunedì il Consiglio dei ministri ha adottato il disegno di legge sull’equo compenso per gli avvocati, che inizierà l’iter parlamentare subito dopo la pausa estiva.

Quello che il Governo chiama ipocritamente “equo compenso” non è altro che la reintroduzione delle tariffe minime. Il presupposto dell’intervento è che la libera contrattazione tra clienti e professionisti non possa produrre un sistema di remunerazione “equo”. C’è una curiosa ironia in questo argomento: normalmente si ritiene che la parte debole di un contratto sia il cliente o il consumatore. Esiste un apposito codice per tutelarlo. In questo caso, si ritiene che l’assistito sia più forte del principe del foro (e magari domani anche degli altri liberi professionisti) e possa abusare della sua posizione di forza per rivolgersi ad avvocati che praticano tariffe inferiori, producendo quello che il ministro Andrea Orlando ha definito “caporalato intellettuale”.

Le tariffe minime sono lo scudo dietro cui, in realtà, si proteggono i professionisti meno bravi o quelli già in attività, che non vogliono rischiare la concorrenza dei nuovi. Si danneggiano così principalmente i giovani, i quali oggi possono usare una politica tariffaria di vantaggio per farsi conoscere. Di fatto, le tariffe minime riportano con sé la logica sindacale dei contratti nazionali all’interno del mondo delle professioni, facendone venir meno la natura imprenditoriale. L’equo compenso è quanto di più iniquo si possa immaginare a danno dei giovani professionisti, e della natura stessa dell’attività professionale.