Mediterraneo, mare di guai

Dall’Italia, il flagello dell’immigrazione fuori controllo risale ben oltre le nostre frontiere, fino a Calais dove ha sede la famosa “Jungle”, una sorta di baraccopoli dei disperati d’Africa e d’Asia rasa al suolo e rinata oggi sotto altre forme. La località francese è presa d’assedio da coloro che tentano clandestinamente la traversata del tunnel della Manica, nascondendosi nei grandi Tir che ogni giorno attraversano a centinaia l’Eurotunnel. I “clienti” sono molti di quei profughi economici (per la stragrande maggioranza giovani maschi sotto i 25 anni) che non hanno diritto all’asilo ma che, avendo investito quanto possedevano per approdare sul Vecchio Continente, si sono dapprima resi irreperibili nei centri di accoglienza italiani di prima ospitalità e soccorso, affidandosi poi ad altri “passeur”, inclusi i volontari di alcune Ong, per attraversare clandestinamente i nostri confini. Si è così, da tempo, innescata una partita serrata su chi respinge di più tra Italia e Francia che, però, hanno gli stessi identici, irresolubili problemi, essendo impossibile per una democrazia europea rimpatriare centinaia di migliaia di irregolari e indesiderati in Paesi di origine che rifiutano di farsene carico e verso i quali, molto spesso, mancano accordi bilaterali per i rimpatri.

Anche Emmanuel Macron, quindi, già trapassato dalle frecce avvelenate della caduta del suo gradimento (statistico) da parte dell’opinione pubblica francese che lo ha eletto o, quanto meno, tollerato come male minore rispetto all’estrema destra, mostra la corda sull’immigrazione non avendo, come noi del resto, risorse sufficienti a disposizione per i respingimenti di massa necessari. Sul piano più generale, il nuovo giovane presidente ha il suo bel lato oscuro da chiarire, se è vero che lo stesso Washington Post del 6 agosto lo smaschera dicendo che il suo declamato europeismo è soltanto un sottile velo per rendere meno visibile lo sciovinismo di sempre dei presidenti francesi che, ancor prima di Trump, hanno sempre dichiarato pubblicamente “La France first” (come “First Lady”, che Macron vorrebbe divenisse per legge la sua “Première Dame”), schierandosi sempre e comunque in difesa dei propri interessi nazionali. Noi, di recente, ne stiamo facendo le spese con la cantieristica e le telecomunicazioni: penalizzati dalla “golden share” macroniana nel primo caso, nonché dalla mancata reciprocità del Governo Renzi-Gentiloni nel secondo. Pare che noi, seguendo Bertold Brecht, continuiamo a sederci dalla parte del torto, visto che tutti gli altri posti sono già occupati! Ma non mi sembrerebbe un comportamento da schiena diritta!

Del resto, come ha ben dimostrato la nostra (passiva) esclusione dal rendez-vous dell’Eliseo tra Macron e i due maggiori protagonisti della Libia bipolare, noi italiani non sappiamo fare i nostri interessi. Sull’immigrazione (dopo aver sottoscritto l’accordo suicida di Triton, per cui, incredibile ma vero, navi da guerra di altri Paesi sbarcano immigrati recuperati in mare solo e soltanto nei nostri porti!) siamo solo buoni a invocare l’assistenza e l’aiuto dell’Europa soltanto per ottenere uno zero-virgola di margine per fare più deficit, mentre ci manca del tutto la diplomazia muscolare e la scarpa krusceviana da picchiare sul tavolo dell’Onu per denunciare in ogni dove Trattati internazionali felloni e retrogradi. Quest’ultimo punto è di grandissimo interesse, come si può ben vedere andando a leggersi il Times del 7 agosto, in cui una brillante Clare Foges analizza il problema della crisi dei migranti, proponendo l’adozione della linea dura. Ovvio, del resto. Ma, quando dura? Citiamo un passaggio chiave della sua analisi: “Dalla cancelliera Angela Merkel, con la sua politica di benvenuto ai migranti, per finire alle Ong che operano in Mediterraneo per il soccorso ai barconi, questa compassione a breve termine ha acutizzato la crisi in atto, potenziando il magnete che attira in Europa milioni di persone provenienti dai Paesi in via di sviluppo”.

Ma la punta dell’iceberg che ci sta facendo affondare è la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, altro irresistibile fattore di richiamo. “La definizione che ne sta a fondamento individua come richiedente asilo ‘chiunque abbia un timore fondato di essere perseguitato nel proprio Paese’. La dizione è fin troppo elastica e tale da estendersi agevolmente a molti milioni di persone”. Il principio, sviluppato subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, appare oggi totalmente privo di senso, dato che “gli smartphone consentono a chiunque nei Paesi sottosviluppati di apprendere i diritti tutelati dalle leggi internazionali.

Quindi, se il semplice fatto di aver messo i piedi in territorio europeo vi dà diritto a un’audizione (per il riconoscimento dello status di rifugiato) e a una ragionevole aspettativa di restare in Europa, è chiaro che farete di tutto per arrivare sin qui. Soltanto se le Nazioni occidentali si mettessero d’accordo per una riforma seria della Convenzione, ponendo paletti rigorosi in merito a che cosa si debba intendere per ‘persecuzione’, solo allora avremmo una ragionevole speranza di venir fuori dall’attuale crisi.” Dando per scontato che l’Onu ci accuserà di mancanza di compassione, diciamo pure che ce ne faremo una ragione!