Renzi, più sbaglia e meno impara

Matteo Renzi è così, eppure di legnate fra i denti ne ha prese eccome, ma il soggetto è totalmente refrattario all’esperienza che per certi versi è un peccato.

Sì, è un peccato perché se avesse usato la minima parte della sua spudoratezza per dare al Paese ciò che veramente serviva, qualche accenno di miglioramento ci sarebbe stato. Parliamo di miglioramenti veri, concreti, tangibili e non di quelli costruiti sui papocchi di numeri che si possono aggiustare a piacimento per ragioni elettorali. Ridicola, infatti, è la disputa sui successi e le vittorie ottenute, secondo Renzi durante il suo Governo, a partire dalla crescita. Oltretutto assegnare alla sola crescita la capacità di salvare e risolvere ogni problema, compreso il debito pubblico, è un’altra sciocchezza universale. Va da sé, infatti, che si possa crescere anche tanto, ma continuando a spendere troppo e male non si risanerebbe un centesimo di debito comunque.

Del resto, chiunque facesse debiti a go-go, fidando nell’auspicio di guadagnare di più in futuro, per meglio ripagarli, non sarebbe apprezzato da molti come buon padre di famiglia. La crescita conta e conta molto, ma non è, ne potrebbe essere mai la medicina unica e risolutiva di un debito che affonda le radici in mille scriteriatezze politiche. Ecco perché il tentativo di Renzi, ma anche del ministro Pier Carlo Padoan, di convincerci che con la crescita si risolverà tutto, oramai non funziona, anzi è controproducente.

Infatti, se l’ex premier nei suoi tre anni di governo si fosse dedicato a risanare davvero il Paese, anziché sperperare a destra e a manca, oggi quel po’ di crescita che c’è darebbe ben altra spinta. Eppure la cosa non ci sorprende, perché è acquisita alla storia, la barzelletta raccontata dai cattocomunisti, dai radical chic, dai filosofi rive gauche, che assegna all’evasione e alla mancata crescita tutta la colpa del debito pubblico. Sia chiaro, l’evasione c’entra e va combattuta, come c’entra e va stimolata la crescita, ma i motivi dell’enormità del nostro debito sono chiaramente altri. E qui interviene tutta la distorsione politica e mentale del concetto di tassa, che la sinistra da sempre porta avanti.

Per i santoni del centrosinistra, infatti, le tasse e l’avidità fiscale sono la medicina per guarire da ogni malattia, per le persone ragionevoli, invece, sono lo strumento per evitare che la malattia insorga. Insomma, le tasse servono allo sviluppo di un Paese e non a tappare i buchi del malaffare, degli sprechi e degli sperperi. Questa è la verità, punto. Anche su questo terreno Renzi ha fallito, sperperando nei suoi tre anni risorse preziose senza risolvere di una virgola la questione fiscale. La stessa chiusura di Equitalia è stata una presa in giro, come quella dell’Ape e delle sbandierate semplificazioni fiscali di cui nessuno ha visto cenno. Per non parlare dell’immigrazione, intorno alla quale le responsabilità politiche dell’ex Premier sono immense e ingiustificabili. Del resto, parliamoci chiaro, Renzi ha perso il referendum costituzionale perché ha sbagliato talmente tanto da fare imbestialire gli italiani più contro di lui che contro il referendum.

Ecco perché ha ricevuto legnate fra i denti ed è stato punito politicamente, elettoralmente, socialmente. Eppure, nonostante ciò, oggi Renzi insiste e raddoppia, lo fa con lo Ius soli, con le proposte sul deficit, con tante altre scriteriatezze demagogiche e inutili. Per questo diciamo che più sbaglia e meno impara, perché se avesse capito una minuzia della sua esperienza passata, non insisterebbe a lanciarsi contro un muro da vero kamikaze. In fondo è un peccato, perché certo Renzi è meglio di Orlando, di Emiliano, di Bersani e di tutto quella comitiva di ex Pci che al governo non  hanno mai risolto niente per il Paese. L’Italia si può salvare solo rigirandola da capo a piedi, fisco, giustizia, apparato pubblico, welfare. Si tratta di un’opera gigantesca, come gigantesco è il male fatto al Paese e agli italiani da decenni di malgoverno, ipocrisia, malaffare, finanza allegra, incapacità. Solo così torneremo a guardare avanti verso un futuro migliore e non verso l’attesa di una crescita, che anche se fosse doppia per come stiamo messi non risolverebbe niente, anzi.