La strana alleanza
tra la Chiesa e il M5S

di Istituto Bruno Leoni

20 aprile 2017POLITICA

 

E alla fine arrivò, per il Movimento Cinque Stelle, anche la benedizione vescovile. Dopo aver fatto fronte comune sulle aperture (o, meglio, chiusure) domenicali, il direttore di “Avvenire”, Marco Tarquinio, ha spiegato in un’intervista uscita sul Corriere della Sera che fra cattolici e pentastellati c’è convergenza addirittura sui “tre quarti dei grandi temi”, lasciando alla libera immaginazione dei lettori il dubbio su quali: l’uscita dall’Euro? il reddito di cittadinanza? i vaccini?

Trascuriamo ogni considerazione di carattere astratto sulla legittimità dell’intervento della Chiesa in queste faccende. La Conferenza episcopale è, in Italia, non da oggi un attore politico: questioni di fede a parte, ha accesso a un regime tributario privilegiato e a una certa quota di risorse pubbliche tramite l’otto per mille che, come chiunque altro, tiene a preservare. Ciò che stupisce, però, è la materia sulla quale i vescovi sono scesi in campo. In un Paese cattolico nel quale i praticanti ormai sono all’incirca un terzo della popolazione, la Chiesa avrebbe ben altri problemi che l’apertura dei centri commerciali la domenica. La quale è del tutto compatibile, sia per chi li frequenta sia per chi ci lavora, con la Santa Messa: che è da sempre prevista in orari diversi, proprio per venire incontro alle esigenze delle famiglie.

Siccome i vescovi lo comprendono prima e meglio di noi, è bene cercare una spiegazione diversa. Non è la battaglia che crea un’occasione di convergenza coi Cinque Stelle, semmai è vero il contrario: la battaglia è il pretesto, l’occasione per allinearsi con un partito che potrebbe, domani, governare il Paese.

Pare strano che quella convergenza sia cercata e coltivata da un movimento la cui base più solida, secondo i sondaggi, sono i giovani che non sono nemmeno più andati al catechismo. Pare ugualmente strano che un’istituzione attentissima alle ragioni della stabilità come la Chiesa scommetta sui gianburrasca della politica.

Per nulla strano, invece, ma come sempre deprimente, è che questioni che hanno a che fare con la libertà di scegliere non siano che pretesti. Se ai vescovi interessasse davvero provare a parlare col popolo degli outlet, non immaginerebbero di chiuderli la domenica, confidando che le stesse persone vadano a messa anziché stare a casa a vedere la televisione. Parlerebbero, come hanno sempre fatto, con gli esercenti. Chiederebbero di modulare i turni. Magari cercherebbero persino di guadagnarsi spazi lì, in quelle piazze laiche dove le persone la domenica vanno perché ci desiderano andare.

Se ai sindacati da sempre e da ieri vicini alla Cei davvero interessasse la condizione dei lavoratori, anziché lanciare una fatwa farebbero il loro mestiere: negoziare. Per alzare le paghe di chi lavora la domenica. Per chiedere nuove assunzioni. Per chiedere che gli orari non siano spezzati, costringendo i lavoratori a stare fuori casa molte più ore rispetto a quelle di lavoro effettivo. Invece, l’unica cosa che conta di una battaglia, in Italia, è come sempre il valore simbolico. Che in questo caso coincide col piacere di portarsi avanti, baciando la pantofola al prossimo principe.