Riforma: grave vulnus
alla civiltà giuridica

di Barbara Alessandrini

16 marzo 2017POLITICA

 

Ecco fatto. Anche la seconda lettura del ddl delega con cui viene riformato (?) il processo penale è passata ieri al Senato, che ha accordato la fiducia chiesta dall’Esecutivo proprio sulla riforma.

Con l’ormai tristemente usuale prassi di evitare il dibattito ed escludere la discussione parlamentare sul delicatissimo tema della giustizia penale, cui sono strettamente collegati i diritti, le garanzie e la dignità della persona, il Governo ha incassato la fiducia dando l’ennesima prova di curarsi solo degli interessi di chi ne fa parte. Una mossa a dir poco opportunistica da parte del guardasigilli Andrea Orlando che pure sulla riforma del sistema penitenziario si è mosso in modo da lasciar intravedere uno spiraglio di miglioramento sotto il profilo del rispetto costituzionale dell’esecuzione della pena, ma il cui interesse a presentarsi alle primarie del Partito Democratico con il colpo della (contestatissima) riforma del processo penale mandato a segno ha prevalso.

All’insegna della più smaccata arrendevolezza alle esigenze di populismo penale dell’opinione pubblica e di personale retribuzione elettoralistica, alle “indicazioni” e pressioni dei settori più invadenti della magistratura e in spregio ai diritti, alle garanzie del singolo, al giusto processo e alla civiltà giuridica che contrassegna la democrazia. I temi scottanti contenuti nel ddl sono le intercettazioni telefoniche e il nuovo pervasivo strumento di indagine, il Trojan di Stato, l’aumento delle pene edittali, il processo a distanza che lede in modo plateale il diritto di difesa e in generale i cardini del giusto processo, quello in cui la prova si costruisce durante il dibattimento nel contraddittorio tra le parti dell’accusa e della difesa e prevedendo per l’imputato la possibilità di essere vicino a chi ricopre la sacrosanta e costituzionale funzione difensiva, le nuove regole sulle indagini preliminari, i tempi della prescrizione, per i cui temi è prevista una folle dilatazione.

Al momento il giusto processo è sconfitto, ma intanto può servire a comprendere anche l’ironia dell’avvocato Domenico Battista della Camera penale di Roma, che proprio sulla nuova regolamentazione della prescrizione ironizza con amarezza: “2035: grazie alla riforma Orlando/D’Ascola/Ferranti, il signor Rossi, accusato di corruzione nel 2017, sarà ancora in attesa della propria condanna o della propria assoluzione. Ma forse, magra consolazione, avrà diritto a proporre ricorso, sulla base della Legge Pinto, per la durata irragionevole del suo processo (salvo che nel frattempo gli "orfani dell'inquisitorio" non riescano a cambiare anche la Costituzione e la Cedu), i diritti fondamentali non si prescrivono”.

“Il processo e i diritti dei cittadini non possono essere merce di scambio di alcuna contesa di potere e tanto meno ostaggi di conflitti di naturale elettorale”, si legge in comunicato dell’Unione delle Camere Penali Italiane con il quale si comunica l’astensione dalle udienze nel settore penale dal 20 al 24 marzo in segno di protesta e l’organizzazione di una manifestazione nazionale prevista a Roma per il 23 marzo. Anche l’Ucpi, forse, avrebbe potuto credere meno alle sirene di Orlando e non ridursi alla contestazione in difesa dei fondamentali del processo accusatorio e di diritti e libertà fondamentali di cui al momento sembra non importi nulla a nessuno e i rischi della cui violazione nessuno vuole vedere. Perché questa riforma è un grave vulnus alla civiltà giuridica e sarà ora più difficile apportare doverosi correttivi.