Il leader e il dittatore:
trova le differenze

di Massimo Negrotti

17 febbraio 2017POLITICA

 

Un aforisma, un commento - “Un leader e un dittatore sono cose diverse. Il primo guida mentre il secondo domina. Il primo desidera collaboratori capaci mentre il secondo vuole attorno a sé solo gente acquiescente. Distinguerli non è però sempre facile, soprattutto al loro stato nascente”.

La maggioranza degli esseri umani ama vivere senza problemi ed essere rassicurata da chi comanda e, per questo, è disposta ad accettare che il potere politico sia nelle mani di pochi o addirittura, in determinate circostanze, nelle mani di un uomo solo. Sotto questo profilo, la democrazia si presenta come un ordinamento scomodo perché non solo consente ma, sotto il profilo etico, attribuisce ai cittadini il dovere di contribuire alle decisioni politiche. D’altra parte, è forse proprio per questo che, in tutti i Paesi democratici, quote crescenti di elettori disertano i seggi. L’interpretazione corrente indica nella sfiducia verso l’attuale classe politica la causa di tale disaffezione ma, in realtà, chi non vota è in potenziale attesa di motivazioni per farlo, magari per scendere in piazza ad osannare qualche leader più o meno improvvisato che prometta persuasivamente qualcosa di eccitante, anche a costo che, costui, si riveli animato da velleità dittatoriali.

La politica, nel mondo occidentale, è ormai dominata dai mass media e, in questi, primeggiano in ogni Paese poche persone coincidenti, appunto, con i leader del momento. Ciò avviene attraverso un processo nel quale, peraltro, talvolta è il leader che, grazie a qualche carisma, acquista popolarità e dunque è spesso ospite dei mass media mentre in altri casi sono proprio i mass media a determinarne la popolarità. Tipico di quest’ultima modalità è il fenomeno del passaggio di noti giornalisti televisivi e altri personaggi famosi dalla televisione alla politica.

Questa lunga premessa ha il solo scopo di sottolineare come la maggioranza di noi sia perennemente in attesa di imbattersi in un volto convincente e motivante, in grado di fare discorsi promettenti, insomma in una personalità trainante con cui immedesimarsi e che valga dunque la pena di seguire. Qualcosa del genere può accadere in ambiti limitati, come in un piccolo partito, magari regionale, oppure in ambiti vasti, come in un partito di massa, sul piano nazionale.

Il problema consiste però nella effettiva misura di un leader e, mentre psicologi e sociologi si sono spesso chiesti, senza approdare a sicure conclusioni, quali siano i caratteri che contraddistinguono la leadership, il fenomeno della loro emersione si riproduce con regolarità in molti contesti anche non politici. Tutte le società in ogni tempo e luogo conoscono il fenomeno di cui stiamo parlando perché in quasi tutte le attività collettive l’anarchia è impensabile e, dunque, c’è bisogno, da un lato, di uomini che assumano decisioni ponendo fine all’incertezza e, dall’altro, di uomini animati da senso civico e collaborativo pronti ad accettare le decisioni del leader.

La garanzia che un leader non dia luogo ad una metamorfosi per la quale egli si trasformi in dittatore sta nelle sue stesse attitudini oltre che nelle norme e nei controlli esterni. In questo senso, la migliore definizione di leader è sicuramente quella implicita nell’epitaffio voluto da Andrew Carnegie, il famoso “re” americano dell’acciaio, secondo il quale egli era stato un uomo “che non sapeva fare nulla ma era capace di circondarsi di coloro lo sapevano fare”. Un simile atteggiamento è certamente improbabile in un dittatore che, anzi, è quasi sempre sospettoso verso chi lo circonda, costantemente in tensione verso possibili nemici e ansioso di continue manifestazioni di sudditanza.

Nella vita politica il “comando nelle mani di un uomo solo” ha svolto in varie circostanze d’emergenza un ruolo positivo per la comunità interessata, ma solo quando intelligenza, lungimiranza e senso del bene comune hanno prevalso sulle mire più banali del puro possesso del potere. La vicenda di Cincinnato, chiamato ben due volte, spes unica imperii, ad assumere il potere dome “dittatore” ne è testimonianza. Si trattava di una carica plenipotenziaria prevista dall’ordinamento romano che durava sei mesi e nei confronti della quale lo stesso Machiavelli, ne Il Principe, afferma che “...mai alcuno dittatore fece se non bene alla Repubblica”. L’elenco di altri uomini politici che, in tutti i tempi, hanno servito lo Stato in circostanze di emergenza civile o militare sarebbe assai lungo, ma ciò che va sottolineato è che, al di là della terminologia localmente impiegata, si è sempre trattato di leader e non certo di despoti o tiranni ossia di dittatori nell’accezione attuale.

Nella politica ordinaria, come nelle organizzazioni più diverse, il leader più genuino è colui che sa stendere piani d’azione verso obiettivi condivisi e se ne assume la responsabilità. Egli non deve essere, necessariamente, un oratore accattivante ma un uomo di idee e di buona preparazione culturale in grado, oggi più che mai, di capire le fondamentali questioni strategiche, in fatto di economia, di evoluzione sociale e di relazioni internazionali, che stanno davanti a noi.

In questo senso, l’apparizione sulla scena politica di individui dei quali non è facile capire se siano noti perché importanti o se siano importanti semplicemente perché sono noti, fornisce il segno preciso del momento assai critico e pericoloso che stiamo vivendo. Un momento nel quale la legittima ricerca di uomini all’altezza dei compiti che ci stanno davanti, se affidata al mondo delle chat, della “Rete” e degli indici di gradimento, non fa altro che consentire l’emergere di una terza figura che si pone al di là del leader e del dittatore, ossia quella del ciarlatano, con tanta chiacchiera e incapace, perché senza idee, persino di mettere in piedi un gruppo di persone competenti cui affidare programmi credibili.

È ancora Machiavelli che ce lo ricorda quando dice che per avere una misura dell’intelligenza di un Principe è “...vedere di quali uomini si circonda”. Ogni riferimento a Beppe Grillo, ma non solo, è tutt’altro che casuale.