Duverger, B. e Renzi<br />e la scissione del Pd

La direzione del Partito Democratico si è chiusa, mostrando tutte le divisioni che lo lacerano. Si tratta di divisioni puntellate da profondi contrasti personali che sottintendono anche culture politiche di riferimento diverse, malamente assemblate e potenzialmente pronte ad esplodere ogni volta che i contrasti d’interesse si fanno più accesi.

Sul piano politico la sinistra-dem rivendica semplicemente più sinistra, cioè il “recupero” di alcuni valori, a partire dall’uguaglianza. Così ripropone il contrasto alle povertà, avanza critiche ai tagli della spesa sociale, indirizza accuse di complicità con la gestione dei sistemi finanziari, contrasta le recenti politiche sulla scuola, i tagli alle università, l’incapacità di contrastare l’economicismo dell’Unione europea.

Su queste basi, la sinistra-dem prospetta la ricomposizione di uno schieramento di sinistra-sinistra, capace di riproporre la storica divisione bipolare. Ciò in contrasto con l’opzione veltronian-renziana che guarda invece al partito maggioritario (della nazione), ispirato da un approccio meno dogmatico e più trasversale nei confronti delle questioni del terzo millennio e dei populismi dilaganti.

Come dare torto a coloro che, tra mille contrasti, hanno saputo tener fuori la sinistra italiana dalla crisi esistenziale che travolge tutta la sinistra europea? La divisione del mondo, piuttosto che sulle contrapposizioni “di classe”, si manifesta oggi in “frazioni” che ruotano attorno a una diversa concezione della convivenza. Nel nuovo mondo compaiono infatti i nuovi diritti, un nuovo modo d’intendere lo sviluppo sostenibile, un diverso modo di concepire il mondo-nazione solidale contro il protezionismo degli Stati nazionali. In questi nuovi contesti, soltanto chi è disposto a rinunciare a qualcosa di sé può comprendere le nuove dinamiche globali.

I primi successi di Matteo Renzi si devono al fatto di aver capito l’importanza di compiere una serie di rotture col passato, anche attraverso il pensionamento del vecchio personale politico. Su queste basi, nel 2014 ha raccolto il consenso del 40,8 per cento degli elettori italiani. Dopo lo schiaffo del 4 dicembre scorso, Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema spingono però verso il ritorno al partito ideologico delle origini, ben sapendo che, su quella linea, Renzi non ci sarà. Pertanto, le avvisaglie di scissione (secessione) dentro il Pd paiono sempre più verosimili, mettendo le premesse per la nascita di un quadro politico completamente nuovo. Non è dato sapere quali saranno i tempi della scissione. Tutto lascia presagire che non saranno lunghi. Anche se il tornante delle prossime elezioni presidenziali francesi potrebbe consigliare prudenza. Infatti, se Emmanuel Macron, già ministro dell’economia socialista nel secondo governo Valls, diventasse Presidente della Repubblica, con uno schieramento trasversale, anti-ideologico e anti-populista, darebbe la prova tangibile di come un leader della sinistra possa consolidare la Francia virando dalla sinistra al centro del sistema politico tripolarizzato. Gli scenari istituzionali sono ovviamente diversi. Ma Italia e Francia vivono in comune la competizione con i movimenti populisti, le divisioni interne della sinistra.

In attesa degli eventi, quali possono essere per l’Italia e per il centrodestra italiano gli scenari che si aprono dopo la crisi del Partito Democratico? La ricomposizione di quel partito su un fronte unitario di sinistra-sinistra, aprirebbe per Forza Italia e per gli altri partiti di centrodestra la via della ricongiunzione. Tuttavia, questo duplice scenario, di doppia ricomposizione, sui fronti tradizionali della destra e della sinistra, accrescerebbe ulteriormente il mercato populista, caratterizzato dalla contestazione di tutti i fronti ideologici. Per questo è più verosimile che i prossimi giorni indicheranno una direzione di marcia diversa, aprendo la strada verso la seconda ipotesi, quella cioè che spinge Bersani e D’Alema a portare a compimento lo strappo contro Renzi. In questa seconda ipotesi, quale spazio resterebbe per il centrodestra non populista? Uno spazio marginale, perché lì, al centro, oltre a Berlusconi ci sarebbe Renzi a contendere il campo dell’elettorato cosiddetto “centrista”.

Quello che succede al centro del sistema politico è sempre decisivo per le sorti del Paese (Duverger), pertanto pare auspicabile che il centro, al di là delle etichette di destra o di sinistra, possa continuare a giocare la partita decisiva in difesa dell’Europa e della pace, contro tutti i populismi e i massimalismi che, piaccia o non piaccia, manifestano oggettivi segnali di pericolo per le sorti della democrazia.