Centrodestra: parla <br /> Deborah Bergamini

A destra è più difficile parlare di cultura, visto che “c’è stato sempre un monopolio dei centri di potere intellettuale da parte della sinistra”, ma abbiamo bisogno di idee, aggregazione, lungimiranza e cultura, appunto, per vincere le elezioni. Come creare una classe dirigente liberale e ricostruire un collegamento tra elettorato e politica, un legame rimasto interrotto per troppo tempo: sono questi i temi affrontati in una chiacchierata de “L’Opinione” con Deborah Bergamini, deputata di Forza Italia, che sottolinea come “la classe dirigente politica nei momenti importanti doveva rivendicare il suo ruolo e invece si è rivelata poco coraggiosa”.

In molti affermano che il centrodestra di oggi paga il fatto di non aver investito abbastanza in cultura. Che ne pensa?

Non siamo stati capaci, come forse avremmo dovuto, di far sviluppare sufficientemente quei centri di produzione di idee, di dibattito, di confronto, di scambio, quel fiorire culturale e intellettuale che invece la sinistra da decenni ha sempre saputo coltivare.

Un loro merito?

La cultura è un fattore di grande forza nell’offerta politica della sinistra.

Per il centrodestra è più difficile parlare di cultura?

Per noi è stato più difficile. Nella nostra storia repubblicana c’è stato sempre un monopolio dei centri di potere culturale e intellettuale da parte della sinistra.

Che cosa avreste dovuto fare?

Avremmo dovuto investire di più per offrire un modello culturale alternativo.

È un difetto strutturale di Forza Italia?

Forza Italia nasce come forza di governo e immediatamente il consenso dell’elettorato ci ha portato a misurarci con le complessità e le responsabilità del governo del Paese. Forse questo ha generato, come controparte, il fatto di esserci concentrati sull’azione del governo e meno sull’azione di tipo ideologico-culturale. Ma non è detto che ciò si possa fare in futuro.

Magari sviluppando una cultura comune condivisa tra le varie anime del centrodestra...

Esatto.

C’è bisogno secondo lei di creare una classe dirigente liberale?

C’è bisogno di riportare la politica e la classe dirigente a fare il lavoro che le spetta. Ricostruire un collegamento con l’elettorato. Un legame che si è interrotto tragicamente con Tangentopoli. Tutti i sondaggi dimostrano che c’è una scarsissima fiducia nei partiti, in gran parte per responsabilità della classe dirigente politica che nei momenti importanti doveva rivendicare il suo ruolo e invece si è rivelata un po’ poco coraggiosa.

Che fare?

Bisogna ricostruire una classe dirigente forte, credibile. E una presa di responsabilità diversa e maggiore della politica.

Dei liberali che dice?

Sul rafforzamento di una classe dirigente liberale non posso che essere a favore. Credo che oggi il patrimonio politico liberale attenda di essere raccolto. C’è una buona fetta del nostro elettorato che attende questo. Toccherà a intellettuali, politici, persone di cultura, opinion leader di autentica formazione liberale svolgere questo lavoro.

Non c’è mai stato un giornale di destra liberale di rilevanza internazionale. È un problema?

È vero, non ci avevo mai pensato. Non esiste e sarebbe bello che ci fosse.

Perché?

Il tema centrale oggi, in tutti i Paesi occidentali, è la riscrittura di un rapporto diverso tra Stato e cittadini. È chiaro, che così come si è venuto a delineare, l’influenza dello Stato nella vita privata, produttiva, nell’esistenza dei cittadini è inaccettabile e va completamente rivista. C’è tutta una riflessione da fare su questo. È un’esigenza che accomuna tutti i Paesi democratici occidentali e che sarebbe auspicabile potesse svolgersi dalle pagine, virtuali e non virtuali, di una testata internazionale.

Cambiamo argomento. Quante destre esistono oggi in Italia?

Non è una questione di quante sono. C’è stata una frammentazione dal Pdl in avanti. Una frammentazione che farebbe pensare a molte destre. In realtà si è trattato di una diaspora progressiva che ha portato alla costruzione di realtà partitiche o movimentistiche diverse...

Ma dallo stesso Dna?

Sì, la matrice è la stessa. E pretende un orientamento diverso nel rapporto tra cittadino e Stato, offrendo ricette diverse e alternative alla sinistra e anche al populismo nichilista del Movimento 5 Stelle. Credo che quindi il centrodestra sia rimasto uno. E che raccolga la maggioranza dei consensi del nostro Paese.

Bisogna lavorare per unire e non per dividere?

Alle diverse forze politiche spetta la capacità e la generosità di riprendere un percorso unitario intorno a un programma veramente condiviso.

Come conciliare l’animo populista e quello moderato?

Lo abbiamo sempre fatto. Si riferisce ai rapporti con la Lega Nord?

Esatto...

Metterei un momento da parte l’aggettivo “populista”. Noi abbiamo sempre voluto mettere insieme anime diverse. Si è sempre fatto perché si è sempre rilevato che l’interesse generale dovesse prevalere sugli interessi particolari. E ha sempre funzionato: oggi le forze populiste e quelle più moderate governano insieme regioni importanti come Veneto, Lombardia e Liguria. I toni possono variare, ma sotto un’unica egida cioè quella di riconoscersi in una visione del mondo liberale e riformatrice opposta in modo radicale alla visione della sinistra.

Fusionismo?

Si tratterà di mettere insieme le caratteristiche migliori che ogni forza politica ha ed elaborare una piattaforma comune che convinca i nostri concittadini. Lo abbiamo fatto in passato e lo faremo anche alla prossima occasione.

Come giudica la scelta di Matteo Salvini di virare verso il lepenismo?

Credo che Salvini abbia valutato come Marine Le Pen in Francia riesca a incarnare le aspettative ed esigenze di una larga parte del popolo francese. Così come avviene con la Lega in Italia. E che quindi abbia cercato dei punti in comune per rafforzare quel tipo di proposta.

Quanto è importante secondo lei correre uniti alle prossime elezioni?

È fondamentale. Tutti i sondaggi ci indicano che in uno scenario tripolare, il centrodestra unito vince. Bisogna proporre delle ricette che obbediscano oggi alle esigenze degli italiani e che si concentrino su sicurezza, terrorismo, immigrazione, tasse, burocrazia e mancanza di lavoro.

E che ne pensa delle primarie?

Non sono mai stata una fan delle primarie. Hanno prodotto dei risultati poco utili ai partiti che le hanno fatte. A volte hanno provocato disastri.

E della legge elettorale?

Vediamo con quale legge andremo a votare, ma un sistema proporzionale di per sé pone un meccanismo da primarie. Solo che le fanno tutti i cittadini italiani: il partito che prende più voti è anche il partito che si incarica di individuare il premier.

Un’ultima domanda. L’Italia è ancora il Paese dei moderati?

Non so se l’Italia è il Paese dei moderati. So per certo che è il Paese delle persone che non ne possono più di vivere nel disordine e nell’immobilismo. Ma è anche il Paese delle persone di buon senso che sono pronte a mettersi a lavoro e impegnarsi per rendere questa nazione migliore. Si aspettano di essere guidati dalla classe politica migliore e su questo, noi, crediamo di non essere inferiori a nessuno.