Il bluff scoperto<br />di Beppe Grillo

E venne il giorno di Strasburgo e della legnata rimediata da Beppe Grillo. L’ingresso trionfale dei grillini nell’eurogruppo parlamentare di Alde - L’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa- non ci sarà. I suoi componenti, chiamati a decidere sull’ammissione dei Cinque Stelle, hanno detto un secco “no”. Eppure Grillo aveva preparato con cura il colpaccio della trasmigrazione dei suoi dall’area euroscettica dell’”Efdd” - Europa della Libertà e della Democrazia Diretta - a quella dei liberal/liberisti di stretta osservanza eurocratica dell’Alde. Il riposizionamento, apparentemente incomprensibile, dei Cinque Stelle nel Parlamento europeo aveva spiazzato tutti, tanto all’esterno quanto all’interno del Movimento. Non se ne comprendeva il senso, ma, parafrasando Vasco Rossi, quella scelta “un senso ce l’ha”. Almeno, lo avrebbe avuto se fosse andata in porto.

Premesso che a Grillo del Parlamento europeo frega poco o nulla, la giravolta spericolata avrebbe dovuto produrre effetti sul quadro politico nazionale. L’obiettivo che Grillo si è prefissato e per il quale ha letteralmente preso in braccio il suo Movimento per condurlo indenne alla meta è di conquistare Palazzo Chigi. In nome di questa “santa causa” il comico è pronto a sacrificarne anche la credibilità. Per spianare la strada alla vittoria del suo candidato premier, Grillo ha intuito che la presenza ai vertici europei di un italiano, espresso da una delle grandi famiglie politiche europee, sarebbe stata una fastidiosa pietra d’inciampo. Se già la permanenza a capo della Bce di un altro italiano, Mario Draghi, rischia di condizionare l’azione politica di un futuro premier pentastellato, l’ascesa alla presidenza del Parlamento di Strasburgo di un connazionale, politicamente ostile, sarebbe stata un ulteriore ostacolo.

Accade che in questi giorni a Bruxelles si stiano chiudendo i giochi per la scelta del prossimo presidente del Parlamento europeo. In pole position ci sono due italiani: il forzista Antonio Tajani per i Popolari e il piddino Gianni Pittella per i Socialisti. Nessuno dei due ha i numeri sufficienti per spuntarla, per cui occorre raggiungere un accordo da “Grosse Koalition”. Diversamente, determinandosi una situazione di stallo, potrebbe emergere una terza candidatura “neutra”. E sul tavolo, neanche a dirlo, il terzo incomodo ci sarebbe. Si tratta del belga Guy Verhofstadt che a Strasburgo guida proprio il gruppo europarlamentare di Alde. È evidente che Grillo, vedendo come il fumo negli occhi la vittoria di un italiano, abbia provato a vellicare l’ambizione del belga prospettandogli la possibilità di un irrobustimento della sua candidatura grazie all’immissione in Alde della nutrita pattuglia parlamentare Cinque Stelle. Da qui il preaccordo segreto tra Verhofstadt e gli euro-grillini. Ma sono stati fatti i conti senza l’oste. Entrambi i contraenti del patto scellerato hanno colpevolmente sottovalutato il senso dell’identità politica che appartiene ai singoli parlamentari europei. La maggioranza degli aderenti all’Alde ha ritenuto che il riconoscimento di valori condivisi dovesse essere requisito prevalente rispetto all’opportunismo tattico di un’alleanza innaturale.

Una durissima lezione, dunque, che la politica con la “P” maiuscola impartisce ai parvenu movimentisti. Dovremmo farne tesoro, anche in Italia. L’Europa ci spiega che le radici ideologiche sono importanti e i gruppi parlamentari che le rappresentano nelle sedi istituzionali non possono essere sviliti da innesti innaturali. Se fossimo in agricoltura la pianta dei Cinque Stelle sarebbe idroponica, cioè coltivata fuori suolo con deboli radici immerse nell’acqua. La politica, al contrario, è radicamento profondo nella società, nella storia e nella cultura di una civiltà. Ma la natura grillina si conferma quella di uno “zelig”, di una creatura mutante che può esser tutto e il suo contrario. Forse in Italia, ma non in Europa. Da qui la bocciatura senza appello dei Cinque Stelle che si spera sia la prima di una lunga serie.