Banche salve, morto
il credito al consumo

di Ruggiero Capone

11 gennaio 2017ECONOMIA

 

Tempi duri per debitori e cattivi pagatori. Infatti, il decreto salva-risparmio (l’intervento dello Stato fino a 20 miliardi di euro per il Monte dei Paschi si Siena e altre banche disastrate) prevede una sorta di doppia “Centrale di rischio finanziario” (Crif), ovvero l’ennesima gogna per chi saltella tra debiti e insolvenze varie. Di fatto una schedatura dei soggetti indebitati verso Stato, banche ed enti locali viene caldeggiata dai soloni di Bruxelles, che addebitano le sofferenze bancarie alla facilità con cui in Italia si sarebbe erogato il credito negli ultimi cinquant’anni. Parimenti, sostengono che gli italiani sarebbero teneri nelle esecuzioni forzate, nei metodi più coercitivi di recupero crediti e, soprattutto, renderebbero facile la vita agli indebitati con prescrizioni e dichiarazioni d’inesigibilità.

L’Unione europea vuole che i crediti inesigibili rimangano in bilancio come perdite: così facendo gli enti locali (soprattutto i grandi comuni) andrebbero a diminuire l’attivo, con conseguente peggioramento di un eventuale rating su futuribili bond comunali o, come spesso capita, le amministrazioni riceverebbero più rigetti sulle pratiche d’affidamento bancario. Il salvataggio di Mps ed altri istituti di credito pone sul banco degli imputati gli indebitati. Gente un tempo assistita e salvata da avvocati, commercialisti, mediatori creditizi, enti assistenziali e di carità: tutte figure professionali adatte a gestire determinate problematiche inerenti l’indebitamento di specifiche fasce sociali e professionali. Ma oggi, con l’incancrenirsi delle situazioni debitorie, già evidenziate con la nascita di Equitalia e, soprattutto, con l’inasprimento delle misure fiscali e d’accertamento, salvare chi nuota nei debiti diventa impossibile. Del sovraindebitamento medio della popolazione italiana ormai se ne parla quotidianamente. Ed il salvataggio delle banche secondo certi osservatori tedeschi durerà davvero poco: poi, obtorto collo, necessiterà dichiarare fallita l’Italia, con conseguente spoliazione di patrimoni pubblici e privati. Una vera ecatombe, e gli avvoltoi pregustano il momento in cui si spartiranno aziende e compendi immobiliari del Belpaese. Ma il fallimento dell’Italia trascinerà con sé anche quello delle sue varie realtà locali, prima fra tutte il Comune di Roma: basti solo pensare che il 50 per cento delle contravvenzioni fatte dalla polizia locale della Capitale è stato fotografato da uno studio della magistratura onoraria (di pace) come inesigibile; una somma con tanti zeri, che difficilmente una parte della popolazione pagherà, perché si tratta di residenti non proprietari d’immobili e privi di un reddito fisso e certo. Il sindaco di Roma Virginia Raggi almeno avrebbe salvato la faccia, scongiurando sue eventuali implicazioni, portando in tribunale i libri del Comune e delle municipalizzate (Ama e Atac).

Ora a creare le “Agenzie del debito” dovrebbe essere proprio l’Agenzia delle entrate che, congedata Equitalia, accontenterebbe l’Ue con una sola struttura del debito (forse metà pubblica e metà privata). Una struttura che fornirebbe una cifra quasi certa dell’intero montante dei crediti esigibili per enti locali, Stato e banche (queste ultime oggi si possono definire nazionalizzate, ed in forza del salvataggio che, salvandone una, di fatto le salva tutte). Ovviamente è utopia pensare di debellare dal tessuto italiano “cattivi pagatori” e “protestati”: le agenzie cercherebbero di tracciare un solco quasi ben definito fra possibili rientri e soggetti ormai persi per sempre. Questi ultimi verrebbero deferiti dalla struttura pubblica alla sola autorità giudiziaria. Di fatto potrebbe tornare il carcere per i cattivi pagatori, come auspicato dai tedeschi. Mentre l’agenzia del debito agirebbe solo tramite accordi stragiudiziali a saldo e stralcio. E la protezione dei patrimoni dall’aggressione dei creditori, e la cancellazione dei protesti e delle segnalazioni di “cattivo pagatore”? Ormai è evidente che l’uomo della strada non possa più difendersi dalle richieste di Agenzia delle entrate, Registro informatico dei protesti (Rip), Crif, Experian, Ctc, Cr e Cai...

L’Italia non ha utilizzato nessun denaro pubblico per mettere in sicurezza le banche, come hanno fatto (a seguito della crisi del 2008) sia la Francia che la Germania, e con più di 200 miliardi di euro pagati dai contribuenti: a controprova che spesso la provincia italiana agisce nell’Unione europea con criteri più paternalistici ed efficaci rispetto ai grandi affari dei centri finanziari. Ma prendiamo atto che oggi trovare finanziatori o investitori privati, e per rilevare banche ormai decotte, appare un compito assai arduo: la recente presa di posizione della Banca centrale europea sui termini di slittamento dell’aumento di capitale rende l’impresa ancora più disperata.

Il sistema bancario italiano non è affatto provinciale, bensì ispirato a logiche di microcredito (vedasi la storia delle banche popolari) legate al territorio: tutto questo non piace alle banche d’affari ed alla finanza nordeuropea. Per quest’ultima, qualsiasi prestito ad artigiani e piccoli commercianti è definibile come credito inesigibile, e perché questo modo di fare banca non fa parte della storia di Germania, Olanda, Danimarca... Ora necessita difendersi dai regali tossici che in questi anni ci ha fatto la grande finanza, che vorrebbe l’Italia nella stessa stretta che da anni soffoca la Grecia. Di fatto l’Europa ha varato politiche recessive per indurre l’Italia a ricorrere al Fondo salva Stati (Fesf) e per entrare a piene mani nelle riforme e nelle future politiche economiche del Paese. Con queste misure, e con la messa alla gogna di tutti i debitori, continua l’irreversibile discesa dell’economia italiana verso un ruolo subalterno. Erodere i risparmi privati e trasformare tutti in indebitati mina l’indipendenza politica del nostro Paese.