Il mondo liberale può unirsi con Parisi

mercoledì 21 settembre 2016


Dal palco di MegaWatt, la convention di Stefano Parisi, il tema dell’inclusività è emerso come condizione sine qua non di un’eventuale nuova esperienza politica del centrodestra. L’area liberale e conservatrice del nostro Paese ha perso infatti 10 milioni di voti. Un numero impossibile da recuperare se non con un progetto che sappia includere mondi, realtà ed anime diverse del centrodestra.

Le esperienze liberali “elitarie” degli ultimi venti anni, seppur capaci di attirare l’attenzione su temi fino ad allora dimenticati dai media (come la libertà economica, la flessibilità sul lavoro, ecc.) si sono poi rivelate fallimentari dal punto di vista dell’efficacia politica.

Da Futuro e Libertà a Italia Futura, passando per Fare per Fermare il Declino e per le innumerevoli iniziative associative non c’è realtà che sia sopravvissuta all’unico scopo di un soggetto politico: competere nelle elezioni locali e nazionali. In nessuno di questi casi la validità di idee e programmi è mai riuscita a compensare la mancanza di leader credibili, carismatici e la carenza di strutture e fondi adeguati.

Le idee liberali non hanno trovato casa nemmeno nell’ultimo rinnovamento di Forza Italia. Un partito che non è riuscito a far competere le idee, ma piuttosto i personalismi. Un ambiente del tutto ostile a far crescere e convivere anime politiche diverse, ma conciliabili.

Stefano Parisi sembra aver colto questa problematica. Animato da uno spirito idealista, ma anche molto pragmatico, sa che per far governare le idee liberali bisogna armarsi di un partito che sappia generare consenso tra gli elettori, ma anche e soprattutto tra gli addetti ai lavori, tra coloro che saranno l’anima culturale e politica del partito. Un esempio menzionato dal palco di MegaWatt è quello del Partito Conservatore Inglese, attualmente il più forte partito di centrodestra di tutta l’Europa. Un partito che ha saputo raggiungere il 40 per cento dei consensi grazie ad un progetto di inclusione delle diverse anime culturali della destra britannica: la destra religiosa protestante, i libertari e i conservatori di centro (modernisers). Un modello che funziona grazie alla struttura democratica interna al partito, che consente di avere frequenti elezioni interne e completa trasparenza sui meccanismi di gestione e attribuzione delle nomine politiche.

Un modello replicabile anche in Italia, dove si sente la mancanza di un partito di centrodestra che sia in grado di far competere idee, programmi e priorità al proprio interno. In questa fase storica diventa cruciale riuscire ad animare un centrodestra che possa accogliere e far proprie, come ha fatto Parisi, le idee economiche delle fondazioni di studi liberali, come l’Istituto Bruno Leoni, ma anche gli spunti sulla sussidiarietà o sulla scuola, temi tipici del mondo cattolico, e che sia in grado di conciliare anche alcune battaglie sulle libertà civili, care soprattutto a donne e giovani di centrodestra, che mai sono appartenute alla sinistra italiana e che fino ad oggi non hanno trovato mai una giusta collocazione.

Il coraggio di Parisi è degno di un ultimo, importante tentativo da parte del mondo liberale. Per tornare a vincere, bisogna tornare a fare politica. E chissà che questa non sia davvero l’ultima occasione.


di Elisa Serafini