16 giugno 2012POLITICA
«Una questione di prepotente urgenza sul piano costituzionale e
civile…una realtà che ci umilia in Europa e ci allarma», aveva
detto nel luglio scorso il presidente della Repubblica, Giorgio
Napolitano. Tra breve sarà un anno da quell'autorevole denuncia,
fatta nella non meno autorevole cornice di Palazzo Madama. Da
allora? Nulla.
Eppure, per dirla con le parole di un magistrato di esperienza
come il giudice Giancarlo De Cataldo, «la giustizia italiana
funziona malissimo. La giustizia civile è lenta in modo
esasperante. Il processo penale, invece, è stato ingarbugliato da
una serie di leggi fatte male, contraddittorie fra
loro...».
La questione, nella sua drammatica essenza, è questa: è vero o
no che le carceri sono al collasso, nelle prigioni italiane sono
rinchiusi qualcosa come 67mila detenuti, a fronte di una
disponibilità reale di circa 44mila posti? Un surplus di circa
23mila detenuti rispetto alla massima capienza, che determina un
affollamento in termini di percentuale di oltre il 52%. È vero o no
che sono al collasso anche i tribunali e gli uffici giudiziari,
sommersi da migliaia di procedimenti di ogni tipo e natura? È vero
o no che in questo anno i fieri sostenitori del no all'amnistia,
come rimedio e alternativa non hanno saputo, potuto, voluto opporre
niente? È vero o no che non vogliono l'amnistia, ma non battono
ciglio sulla quotidiana amnistia di classe costituita dalle
prescrizioni? Perché ne beneficia solo chi si può permettere un
buon avvocato e ha buone amicizie, e clandestina perché è tenuta
nascosta, non se ne parla e non se ne deve parlare: sono circa
150mila i processi che ogni anno vengono chiusi per scadenza dei
termini.
Lo si è detto e lo si ripete: per reati come la corruzione o la
truffa, c'è ormai la certezza dell'impunità. Nel 2008, oltre
154mila procedimenti sono stati archiviati per prescrizione. Nel
2009 oltre 143mila. Nel 2010 circa 170mila. Per il 2011 abbiamo
sfiorato il tetto delle 200mila prescrizioni. Ogni giorno almeno
410 processi vanno in fumo, ogni mese 12.500 casi finiscono in
nulla. I tempi del processo sono surreali: in Cassazione si è
passati dai 239 giorni del 2006 ai 266 del 2008. In tribunale da
261 giorni a 288. In procura da 458 a 475 giorni. Spesso ci
vogliono nove mesi perché un fascicolo passi dal tribunale alla
Corte d'Appello. A Roma e nel Lazio, per esempio, quasi tutti i
casi di abusivismo edilizio si spengono senza condanna, gli autori
sono destinati a farla franca.
L'ultimo in ordine di tempo a condannare la malagiustizia
italiana è stato il Wall Street Journal. Nella sua impietosa, ma
sostanzialmente esatta e corretta, radiografia dello stato di cose
italiane, dei problemi che sono sull'agenda di Mario Monti e del
suo governo, le ineludibili urgenze e le impellenze, cita la
lunghezza dei processi. Che costituiscono una paralizzante palla al
piede, che impediscono - certo non solo, ma anche - il necessario
sviluppo e scoraggiano gli investimenti: quelli nazionali, che
emigrano altrove, e sopratutto quelli esteri, che non nutrono (come
dar loro torto?) fiducia nel nostro sistema.
Non è una novità, piuttosto una conferma di quanto sia diffusa
consapevolezza, da Seattle a Hong Kong, che uno dei nostri maggiori
problemi sia appunto «l'irragionevole durata dei processi» con
tutto quello che ne consegue: sia dal punto di vista umano e
individuale, di migliaia di persone che devono penare per anni per
ottenere giustizia, sia dal punto di vista più generale, dello
sviluppo che non c'è, che resta al palo.
I fieri avversari del provvedimento, oltre al loro fiero e
stentoreo no, non sanno e non possono dire altro. Il problema lo
conoscono, e forse meglio di noi. Il problema non sono nella
condizione di negarlo. Sostengono che una possibile soluzione
indicata è sbagliata. Però non c'è mai ombra di soluzione
alternativa. A questo punto è evidente che sono sostenitori e
fautori dello status quo: lavorano perché nulla cambi e tutto resti
immutato. Una situazione che nutrono e alimentano con la loro
indifferenza e i loro silenzi.
Questa è la situazione, questi sono i fatti. Come rispondono i
fieri fautori del no alla proposta di amnistia? E come rispondere e
corrispondere all'iniziativa nonviolenta di Marco Pannella (in
sciopero della fame da giovedì scorso), di Irene Testa, animatrice
dell'associazione "Detenuto ignoto" (in sciopero della fame da
ieri), e alle tante, spontanee e ignorate iniziative nonviolente
che germinano dalle carceri, è affare che riguarda tutti noi.