La Francia e i costi del suo non ruolo in Europa

Osservazioni amare di un ex-francofilo

Uno spettro si aggira da alcuni decenni per l’Europa continentale e ne compromette la lineare evoluzione del processo d’integrazione sociopolitica, prima che economico e monetaria: la Repubblica francese, paladina dei valori di libertà, eguaglianza e fraternità, paese fondatore della Comunità e primario attore dell’Unione europea.

Dai tempi della presidenza di Francois Mitterand, il quale dopo avere improntato la propria altalenante carriera politica alla critica serrata del gollismo storico, ha finito per costituirne di fatto l’ultimo epigono, scimmiottando più di una visione del Generale, la Francia è in crisi. Charles de Gaulle non solo impresse alla storia politico-costituzionale francese la lungimirante modernizzazione istituzionale della Quinta Repubblica, innescata dal fattore Algeria, ma prefigurò l’unica alternativa all’atlantismo prima maniera, predicando un’Europa delle Patrie, nonché rivendicando al proprio Paese sia un ruolo strategico dominante in interi continenti (Africa), che l’autonomia di potenza nucleare primaria, al pari di Usa e Urss, con la cosiddetta “force de frappe”.

Ebbene, trascorsi oltre 50 anni dall’eclissi del gollismo, la Francia è in crisi di identità e quindi non riesce più ad esprimere un apporto innovativo qualificato alla vita dell’Europa e al contempo ha visto irreversibilmente scemare la propria influenza negli scenari internazionali, al di fuori del Vecchio Continente. Avviluppata su se stessa, incapace di proiettarsi nel futuro, attraversata da rigurgiti velleitari di nazionalismo (più che del Fronte nazionale, quelli di Nikolas Sarkozy prima, e poi di Emmanuel Macron), segnata profondamente nel tessuto sociale da mancata integrazione della prima generazione di emigrati dall’Africa del Sahel, la Francia che si era ripromessa, con spirito di “grandeur” di rappresentare non solo a livello politico internazionale, ma anche in quello culturale e persino linguistico (emblematico il culto della francofonia, l’argine agli anglicismi, la protezione dell’industria cinematografica nazionale, last but non least, la difesa ad oltranza della specificità del Quebéc, della Martinica e degli altri Tom), un argine al dilagante americanismo, ebbene ha clamorosamente fallito la missione ed è venuta l’ora di tirare il bilancio complessivo, per valutarne l’impatto diretto sulla costruzione europea.

Le conseguenze di tale fallimento, infatti, si avvertono non si limitano all’ambito della politica estera, ma investono, peculiarmente, l’agibilità dello spazio eurocomunitario. Dopo aver alimentato le varie speranze delle cosiddette “primavere arabe”, la Repubblica transalpina, infatti, ha assecondato supinamente la disastrosa politica di Hillary Clinton (di certo la peggiore mai elaborata per gli stati del bacino del Mediterraneo da segretario di stato Usa nel dopoguerra), ed ha istigato gli alleati occidentali – avversando il primo orientamento dell’esecutivo italiano guidato da Silvio Berlusconi, purtroppo non sufficientemente fermo – a capovolgere con la forza ed inammissibile ferocia il regime autoritario del colonnello Gheddafi, con bombardamenti indiscriminati su obiettivi non solo militari, che nulla hanno da invidiare ai danni collaterali dell’operazione “Desert Storm”.

Strumentalmente la Francia ha fatto obliare che detto regime aveva assicurato dal 1967 la pace tribale fra le etnie dominanti delle regioni storiche della Libia (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan), ed era riuscito a garantire, oltre a stabilità geopolitica dell’area, a popolazione autoctona e ad immigrati stanziali provenienti da altri Paesi africani, un tenore di vita alquanto prospero rispetto agli usuali livelli continentali, grazie al sagace sfruttamento risorse energetiche (petrolio e gas) e a una politica di reinvestimento dei profitti.

Ebbene la Francia, per errato calcolo economico e miope gelosia degli investimenti italiani preminenti nell’estrazione di risorse petrolifere, è riuscita in Libia ad emulare il vituperato progetto Usa di “esportare la democrazia” sulla punta delle baionette, così innescando un’altra grave guerra civile con connesso disastro umanitario in scenario mediorientale, dopo quelle in Afghanistan ed in Iraq. Non paga del disastro libico, ha interferito pesantemente con la situazione in Siria, ove i cugini d’oltralpe dapprima hanno tramato per sovvertire il regime d’Assad, poi dovendo obtorto collo constatare che il “tiranno di Damasco” aveva più radicamento e consenso di quanto preventivato e godeva dell’ombrello protettivo russo, hanno dovuto fermarsi nel progetto di sovvertimento del regime, preso atto che esso costituiva l’unico saldo argine al dilagare dell’Isis e del fondamentalismo fanatico dello Stato Islamico, compiendo repentina “marche arriére”.

Queste disinvolte giravolte in politica estera per un Paese che rivendica a sé un ruolo di guida, di farò di civiltà, di patria umanitaria non restano immuni da conseguenze catastrofiche; ecco l’eccidio di centinaia di migliaia di siriani, civili e militari, la distruzione di un’area strategica, indi l’esodo forzoso di milioni di profughi, che hanno sciamato attraverso la Turchia e le isole dell’Egeo, tramite la rotta balcanica verso le Repubbliche dell’ex Jugoslavia, sino a Austria, Germania e Italia. La Francia stile Sarkozy-Hollande-Macron ha di fatto rinnegato un’influenza centenaria sulla Siria e sulla sua classe dirigente, scrollandosi di dosso il problema dei profughi siriani, che la sciagurata politica disinvoltamente intrapresa ha significativamente contribuito a causare, con ciò dimostrando l’inettitudine a svolgere un ruolo di qualche autorevolezza in scenario mediorientale e lasciando che del problema se ne facesse carico la Germania di Angela Merkel, disponendo di strutture e risorse europee (accordo di indennizzo economico con Recep Tayyip Erdogan, a fronte chiusura delle frontiere per i siriani alloggiati nei vari campi profughi anatolici).

Nel silenzio di compiacenti commentatori e analisti politici, si è perciò consumato un dramma epocale per il popolo siriano, i cui ceti giovanili e produttivi, unici forniti di scolarizzazione, hanno lasciato il loro territorio e sono approdati in numero superiore al milione nella Germania riunificata. La latitanza della Francia, rimasta alla finestra del dramma siriano da impassibile spettatore, si coniuga con i ripetuti ipocriti sermoni indirizzati all’Italia, a rispettare la Convenzione di Dublino, il diritto di chiedere l’asilo politico da parte dei profughi provenienti da zone di guerra o altre forme di protezione umanitaria internazionale, ad assicurare lo sbarco nel primo porto sicuro (invariabilmente Malta o Sicilia, e le sue isole); a ciò si aggiunga il mancato assolvimento degli impegni di pronta ricollocazione dei profughi dal Mediterraneo e i sistematici respingimenti alle frontiere orientali (Ventimiglia, Col di Tenda) di gente disperata, inclusi donne e bambini minori, trattata a volte in maniera disumana e indegna per chi si pretende enfaticamente “Patria dei diritti dell’Uomo”.

Ebbene la Francia, che dopo il Rinascimento italiano, dal Seicento ha dato un contributo di prim’ordine al consolidarsi dello Stato-nazione e un apporto insostituibile all’intera cultura europea, di stampo sia umanistico che scientifico, la Francia che abbiamo ammirato e studiato con partecipazione di Renè Descartes, Blaise Pascal, Michel de Montaigne, Francois De La Rochefoucauld, Denis Diderot, Francoise-Marie Arouet dit Voltaire, Jean-Jacques Rousseau, Joseph de Maistre, Alexis de Tocqueville, Henri Bergson, Jacques Maritain, Emmanuel Mounier giusto per citare i pensatori, senza parlare di letterati universali (Victor Hugo, Balzac, Baudelaire, Rimbaud, Maupassant, Proust, Sartre, Albert Camus) non riesce più ad esprimere quella “certa idea della Francia” additata come quid pluris e questa sua mancanza inficia irrimediabilmente lo sviluppo dello spirito europeo.

La latitanza della Francia, in breve, danneggia la costruzione europea molto più dell’inopinata Brexit di Boris Johnson; il depauperamento sociopolitico e culturale dell’apporto transalpino resta uno dei nodi cruciali da affrontare e risolvere, onde porre mano ad ineludibile processo rifondativo dell’Europa ipertrofica a 27 Paesi, formazione gigante per dimensioni, ma dai piedi d’argilla, e senza un cuore pulsante né spinta culturale centripeta.

Sul fronte interno, d’altronde, si è acutamente osservato che attualmente “è sempre meno assurda l’eventualità che in un Paese che si considera un faro di progresso” (Raffaele Alberto Ventura, Domani del 4 aprile) arrivi al potere una forza reazionaria, dai connotati irriducibilmente antieuropeisti come il Front National di Marine Le Pen. Ma gli eurodeputati e i tecnocrati a Bruxelles han ben altro a cui pensare, per glissare sulla capacità progettuale dei traballanti esecutivi nazionali, contagiati da persistente stagione pandemica, destinata ad infettare di “deficit di rappresentanza democratica” il vecchio continente dal centro languente alle irrequiete periferie; non solo l’Ungheria di Viktor Mihály Orbán, la Polonia di Mateusz Jakub Morawiecki e l’Italia leghista di Matteo Salvini, che da Budapest si accingono a intraprendere la “prima tappa di un lungo viaggio” verso il rinascimento europeo, attraverso la costituzione di raggruppamento unico della destra sovranista al Parlamento europeo, destinato a includere più poi (ad elezioni presidenziali 2022 tenutesi) che prima, pure il Fronte Nationale.

Questo sarà il virus istituzionale radicale, di natura endemica, che nessuna inoculazione di vaccino, per quanto mirata e reiterata, allo stato sembra idonea di poter efficacemente fronteggiare.