Crisi della Lega Araba e declino palestinese

La Lega Araba sin dai tempi della sua istituzione, nel 1945, ha vissuto alti e bassi. Una delle fasi più delicate della sua storia fu causata nel 1979 dall’accordo tra Egitto, uno dei Paesi fondatori e Israele. Ci vollero ben dieci anni per ricomporre la crisi e riportare al Cairo la sede che nel frattempo si era trasferita a Tunisi. Oggi ci risiamo: motivo del contendere questa volta la firma degli “Accordi di Abramo” con cui si normalizzano i rapporti tra Israele ed Emirati Arabi Uniti. Una bozza di risoluzione presentata dai rappresentanti palestinesi con cui è stata chiesta la ferma condanna delle storiche intese, firmate il 15 settembre alla Casa Bianca, è stata respinta dalla maggioranza dei Paesi arabi componenti della Lega.

La Palestina, cui da settembre sarebbe spettata la presidenza di turno della Lega, per protesta ha rinunciato, sottolineando che l’accordo firmato sotto l’egida degli Stati Uniti ha rappresentato un tradimento della causa e un ulteriore ostacolo alla creazione di uno Stato palestinese indipendente nei territori occupati da Israele. Il ministro degli Esteri palestinese, Riyad al-Malik, da Ramallah, in Cisgiordania, ha aggiunto che per la Palestina “non c’è onore” nel presiedere la Lega mentre i Paesi arabi stanno mettendo in moto un processo di “normalizzazione” dei loro rapporti con Israele.

A seguire, per motivi diversi, hanno rinunciato a presiedere l’organizzazione altri sei Paesi, ultimo la Libia. Il consesso panarabo che include 22 Paesi membri africani e mediorientali si trova così senza guida, in un momento in cui si fa sempre più evidente la spaccatura tra i membri ricchi e dotati di valide forze armate, perlopiù quelli del Golfo (Emirati, Arabia Saudita , Bahrein, Oman, Qatar) e quelli più poveri tra cui spiccano Somalia, Sudan, Mauritania, Gibuti e Comore.

La riluttanza a condannare l’accordo dapprima limitato a Israele ed Emirati, poi esteso a Bahrein e, in parte, ad Arabia Saudita rivela la volontà degli Stati del Golfo a lasciar perdere la causa palestinese e a ribaltare l’ordine dei fattori che vedeva la soluzione del conflitto israelo-palestinese quale presupposto per portare ordine nell’area mediorientale. Ora, invece, traspare l’obiettivo di giungere alla normalizzazione del mondo arabo con Israele, la cui accettazione come parte integrante del Medio Oriente nonché come possibile alleato strategico e partner economico, sarà presupposto per portare a una risoluzione del conflitto con i palestinesi.

Tutto questo è avvenuto con la regia del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che pur di affinare i rapporti con l’Arabia Saudita e ottenerne il tacito consenso per la riuscita del mirato disegno, ha rischiato durante la recente crisi petrolifera di inimicarsi parte del potente elettorato dei petrolieri americani. Il cambiamento di strategia fa comunque guardare l’orizzonte con cauto ottimismo e induce ad osservare Israele, ora in posizione di netto vantaggio, con occhio più rigoroso. Spetta a Benjamin Netanyahu tendere la mano al nemico in difficoltà. Basterebbe una dichiarazione, un gesto di umanità, un check point in meno per tradurre l’attuale posizione dominante in un tassello concreto. Gli accordi di pace avviati “si estenderanno fino ad includere altri Stati arabi e alla fine porteranno alla fine del conflitto arabo israeliano una volta per sempre” ha dichiarato il primo ministro israeliano. Riguardo all’estensione si stanno preparando Marocco, Sudan e Oman, mentre per giungere al termine del conflitto israelo-palestinese, Netanyahu per ora si è impegnato a mettere fine all’annessione dei territori palestinesi, ma non basta.

Il ministro degli Esteri degli Emirati, Abdullah bin Zayed Al Nahyan, alla cerimonia per la firma degli Accordi di Abramo ha dichiarato che essi “permetteranno di stare a fianco del popolo palestinese e di aiutarlo nel loro sogno di uno Stato indipendente”. Speriamo che il disegno di Trump si riesca a completare ma soprattutto speriamo che la Lega Araba ritrovi la sua compattezza. Meglio per l’Occidente avere un interlocutore unico e ben riconoscibile, piuttosto di dialogare con attori parcellizzati e meno credibili.