Autogol di Pashinyan: la guerra contro l’Azerbaigian

mercoledì 7 ottobre 2020


Il 2020 sarà ricordato come lanno della pandemia sanitaria e della ripresa del conflitto tra Armenia e Azerbaigian. A partire dal 27 settembre gli occhi sono puntati sul Caucaso, da quando cioè le forze armate dellArmenia hanno avviato un attacco contro le postazioni militari azerbaigiane, che hanno risposto al fuoco. Da quel giorno le notizie arrivano continue, con un rimpallo di accuse su cui emergono alcune certezze: civili e infrastrutture azerbaigiane sono colpiti fin dallinizio.

Il 4 ottobre 2020, le forze armate dellArmenia hanno lanciato missili contro la popolazione e le strutture civili di Ganja, seconda più grande città della Repubblica di Azerbaigian, spostando il teatro degli scontri fuori dalla Regione azerbaigiana del Nagorno-Karabakh e dai sette distretti adiacenti, così come la città di Tartar, la città di Horadiz nel distretto di Fizuli ed anche il distretto di Jabrayil. Come risultato dei bombardamenti di massa, alla mattina del 6 ottobre, sono stati uccisi 27 civili azerbaigiani, inclusi due bambini e 141 civili sono rimasti feriti.

Negli ultimi giorni insediamenti azerbaigiani densamente popolati sono stati sottoposti da parte dellArmenia a spari con più di 10mila diversi tipi di proiettili e missili. Più di 500 abitazioni private sono state completamente distrutte o gravemente danneggiate. Ribadiamo che il diritto internazionale prevede che nel corso delle operazioni militari bisogna fare una chiara distinzione tra i combattenti e le persone civili e tra le strutture militari e le strutture civili. Il bombardamento di massa degli insediamenti azerbaigiani da parte dellArmenia, senza alcuna necessità militare, viene realizzato in modo intenzionale e non ha alcun carattere casuale. Se tale escalation militare colpisce i non conoscitori dellargomento, media e studiosi dellarea evidenziano come i prodromi dellaccaduto fossero evidenti già da mesi nella situazione interna in Armenia.

Prima degli scontri, infatti, il Paese viveva nuove tensioni da parte dalle opposizioni interne, che avevano deciso di unirsi per condannare le attuali politiche del regime di Nikol Pashinyan. I partiti dellopposizione avevano chiesto unanimemente a tutti i cittadini della repubblica del Caucaso di scendere insieme in piazza e chiedere cambiamenti epocali allazione politica dellesecutivo. Una grande manifestazione era prevista per l8 ottobre 2020 in Piazza della Libertà, nella capitale Yerevan. Nelle ultime settimane cerano stati enormi mutamenti allinterno delle stesse istituzioni armene, con dimissioni da parte di funzionari degli organi dirigenti delle forze dellordine.

Il malessere della popolazione armena, alle prese sia con lemergenza sanitaria, che con la crisi economica e occupazionale, è crescente. I maggiori partiti di opposizione erano concordi nel dichiarare che, da quando lesecutivo di Pashinyan è al governo, i tassi di corruzione sono altissimi e numerosi sono gli esponenti di organizzazioni non governative che vivono una continua repressione a causa delle denunce e della documentazione che raccolgono contro labuso di potere dellautorità al governo. “Negli ultimi due anni, le aspettative dei cittadini sono state infrante, stiamo vivendo un periodo complicato e le istituzioni nazionali hanno fallito in tutti i propositi politici annunciati, che non sono stati soddisfatti. Lo sviluppo del Paese è minacciato. La forza politica dominante ha dimostrato la sua incapacità di resistere alle sfide della nostra attualità, caratterizzata dallincapacità di governare e affrontare i problemi”, si legge in una dichiarazione inviata alla stampa internazionale da parte delle opposizioni in Armenia e sottoscritta da tutti i partiti che non sono al governo. Per tali motivazioni, i partiti allopposizione ritengono inevitabile “la formazione di una nuova classe dirigente e un nuovo esecutivo nel Paese”.

Dobbiamo ricordare che le aspettative delle masse nellattuale primo ministro Nikol Pashinyan, salito al potere nel 2018, con la così detta operazione “rivoluzione di velluto”, erano di porre fine alla situazione insopportabile per corruzione e violazione di diritti umani e di garantire la democrazia e lo sviluppo economico e sociale nel Paese. Dalla sua parte, Pashinyan prometteva anche alla gente che avrebbe eliminato in breve tempo tutte le ingiustizie nel Paese e creato uno stato di diritto e un paradiso socioeconomico in Armenia.

Tuttavia, sembra che i passi compiuti dal regime di Pashinyan abbiano completamente deluso le speranze del popolo. Negli ultimi mesi la “democratica” Armenia è diventata un focolaio di conflitti interni e prima che iniziassero gli scontri militari del 12 luglio scorso, sul confine di stato armeno-azerbaigiano, lArmenia ha visto un susseguirsi di dimissioni da parte di alti funzionari degli organi dirigenti delle forze dellordine.

Vengono registrati violazione di diritti umani in maniera massiccia, pressioni e ricatti ai giudici, arresto dei giornalisti, attivisti dellopposizione e oppositori politici incarcerati. Mher Yegiazarian, giornalista e politico armeno, è morto in prigione a seguito di uno sciopero della fame nel gennaio 2019. Contro gli ex presidenti Robert Kocharyan e Serj Sarkisyan sono stati aperti procedimenti penali, il primo è stato arrestato e dopo alcuni mesi di incarceramento è stato liberato. Sono detenuti anche numerosi membri del parlamento, nonostante la loro immunità.

Sfruttando la situazione della pandemia, Pashinyan, attraverso un parlamento sotto il suo dominio, ha introdotto discutibili emendamenti alla Costituzione sui poteri del presidente della Corte costituzionale e degli altri membri, che protestavano contro le pressioni del primo ministro, affinché prendessero decisioni giudiziarie illegali. Tuttavia, tali modifiche alla costituzione dovevano essere apportate tramite referendum.

Ad aggravare la situazione anche le notizie su Pashinyan e sua moglie Anna Hakobyan, accusati dello svolgimento di attività commerciali illecite e traffico internazionale illegale di metalli, diamanti, armi, tabacco così come dellutilizzo personale di organi di sicurezza nazionale, della polizia, della procura e tramite alcuni mezzi di comunicazione di imporre un sistema di estorsione legalizzato verso tutti gli uomini daffari del Paese, costretti a pagare tassea Pashinyan e sua moglie.

Tutto ciò suggerisce che Pashinyan, che ha rovesciato l’ex giunta militare-criminale in risposta alle aspettative di democrazia del popolo, abbia instaurato una dittatura rivoluzionaria nel Paese. La questione del Nagorno-Karabakh è diventato uno strumento chiave nelle mani di Pashinyan e di sua moglie per distogliere lattenzione dalle accuse nei loro confronti. Ogni volta che Pashinyan e sua moglie sono accusati di azioni illegali, fanno dichiarazioni e azioni provocatorie sul Nagorno-Karabakh, tra cui il tentativo di Pashinyan di cambiare il formato di negoziati, tramite il coinvolgimento degli armeni del Nagorno-Karabakh, linvio di suo figlio a prestare servizio militare nei territori occupati dellAzerbaigian, la sua dichiarazione “il Nagorno-Karabakh è Armenia”, il lancio di unoperazione militare il 12 luglio scorso al confine di stato armeno-azerbaigiano, la partecipazione di Hakobyan ai corsi di addestramento al combattimento e al tiro in Nagorno-Karabakh.

Lattacco contro lAzerbaigian del 27 settembre è solo lultimo tassello di questa lunga catena, ma i successi militari che lAzerbaigian sta inanellando lasciano intendere che è probabile una prossima fine del potere di Pashinyan. Daltra parte, il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev, come presidente del Movimento dei non allineati, nel suo discorso in formato video alla riunione di alto livello in occasione del 75° anniversario delle Nazioni Unite a margine della settantacinquesima sessione dellAssemblea generale delle Nazioni Unite, in relazione alle ultime mosse di Pashinyan, aveva dichiarato che: “La retorica aggressiva e le provocazioni dell’Armenia dimostrano che l’Armenia si sta preparando per una nuova aggressione contro l’Azerbaigian”.

Tali parole ora risuonano come una cupa profezia.


di Domenico Letizia