Attacco ai curdi in Siria: ragioni geopolitiche ed estremismo di Erdogan

I colpi dell’artiglieria turca le notti di lunedì e martedì al confine settentrionale, erano segnali di avvertimento che l’invasione anti-curda sarebbe di lì a poco cominciata. A dare l’annuncio dell’inizio ufficiale delle operazioni è stato il presidente Recep Tayyip Erdoğan nel primo pomeriggio di oggi. Quale sarà l’esito di questo ennesimo tragico capitolo della guerra civile in Siria?

La narrativa più in voga vede i curdi nel ruolo di vittime sacrificali delle politiche aggressive di Ankara, traditi da Stati Uniti ed Europa dopo aver combattuto l’Isis per conto di tutta la comunità internazionale. Il quadro della situazione è in realtà più complesso.

È vero che le milizie Ypg legate al Pyd, il ramo siriano del Pkk, hanno svolto un ruolo cruciale nel determinare il crollo del presunto Califfato, con il sacrificio di numerose vite umane. D’altro canto, il Ypg-Pyd, rappresentativo solo di una parte della più ampia comunità curdo-siriana, non si è limitato a guidare la controffensiva contro l’Isis, ma ha anche occupato militarmente aree a maggioranza araba dove prima non aveva alcuna presenza.

L’obiettivo perseguito era chiaramente di carattere espansionistico, ma il cosiddetto Rojava, oltre a infrangere l’integrità territoriale dello Stato siriano, ha esteso troppo in là i suoi confini, fino a oltrepassare le linee rosse della sicurezza nazionale della Turchia. Per Ankara il Ypg-Pyd è tutt’uno con il Pkk ed è quindi da considerarsi un’organizzazione terroristica a tutti gli effetti. Per questo il fatto che gli Stati Uniti abbiano supportato militarmente il Ypg-Pyd nel conflitto con l’Isis ha provocato enormi tensioni con Washington.

Dopo il sanguinoso intervento nella regione di Afrin, dove della presenza del Ypg-Pyd resta solo terra bruciata, ecco dunque il materializzarsi di un nuovo intervento turco per regolare l’ultima questione rimasta sul tavolo con i curdi. I pattugliamenti al confine settentrionale effettuati insieme alle truppe americane non sono stati ritenuta una garanzia di lungo periodo per la sicurezza nazionale di Ankara, che dopo aver minacciato l’ingresso dell’esercito per diversi mesi ha deciso di non poter attendere oltre, vista l’indisponibilità del Ypg-Pyd a rimuovere le proprie postazioni a maggiore distanza dalla frontiera.

Al di là degli aspetti geopolitici, a preoccupare è l’uso che Erdoğan intenderà fare degli ulteriori territori sottratti alla Siria. A Idlib e ad Afrin, è infatti già in corso un processo di colonizzazione neo-ottomana, che vede l’esportazione da parte della Turchia del modello islamista targato Fratelli Musulmani, di cui Erdoğan si vanta di essere campione indiscusso.

La stessa sorte subiranno molto probabilmente i territori del nord della Siria attualmente controllati dal Ypg-Pyd, nei quali Erdoğan punta a stabilire la tanto decantata “safe zone” dove ricollocare un milione di rifugiati siriani, quali abitanti di un piccolo Califfato dove a vigere saranno velo obbligatorio e madrase islamiste, incubatrici dei jihadisti di domani.

La soluzione ideale sarebbe la restituzione immediata di quei territori alla sovranità dello stato centrale siriano, ma l’occasione di estendere gli artigli del fondamentalismo dei Fratelli Musulmani è a portata di mano e molto difficilmente Erdoğan se la farà sfuggire per accettare soluzioni di compromesso. Sotto gli occhi impotenti, se non complici, degli Stati Uniti di Donald Trump e dell’Europa.