Nigeria: paura di una nuova “versione” di Boko Haram

La Nigeria, divisa molto approssimativamente a metà tra Cristiani e Musulmani, ha gestito tale diversità con cauti avvicendamenti politici al governo del Paese, alternando presidenti cristiani a presidenti musulmani. Muhammadu Buhari, capo dello Stato in carica dal 2015, confermato a febbraio 2019, eletto grazie ai voti provenienti dal nord del Paese a prevalenza musulmana, sta gestendo la delicata situazione interna, tesa tra frizioni sociali dovuti a croniche disparità e carenze di ogni genere e le devastanti azioni del terrorismo di stampo jihadista come quello rappresentato da Boko Haram (boko - l’istruzione occidentale è haram - proibita). Il vicepresidente nigeriano è Yemi Osinbajo di religione cristiana, appartenente al Partito del Congresso di tutti i Progressisti, al quale aderisce anche Buhari, sostituendolo spesso a causa di frequenti ricoveri in una clinica londinese.

L’appartenenza del vicepresidente alla Religione cristiana, determina un bilanciamento strategico della politica, controllando, parzialmente, le complesse “pulsioni” religiose che causano la distruzione di chiese, la persecuzione e l’uccisione di cristiani, ma anche attentati contro le moschee da parte di gruppi di fedeli cristiani. La divisione tra cristiani e musulmani, sentita soprattutto nelle fasce sociali culturalmente ed economicamente deboli, facilmente plagiabili, è dunque un aspetto sociologico di disequilibrio cronico e verosimilmente irrisolvibile alla radice, ma nella complessità sociale della Nigeria, tale divisione è diluita da credenze indigene, di espressione animista, che sovente si fondono con le religioni monoteiste dominati, “assortendo” le relative manifestazioni.

Quello che si è verificato alcuni giorni fa in Nigeria ha riesumato la divisione interconfessionale dell’Islam, che trae origine dalla contesa sulla successione di Maometto: quella tra Abu Bakr, amico del profeta e padre della moglie Aisha, poi chiamati sunniti e gli altri seguaci che sostenevano che il successore dovesse essere un consanguineo, individuando in Ali, cugino di Maometto, il legittimo “erede”, noti poi come Sciiti (“shiaat Ali” partigiani di Ali). Tale divisione, conclamata nel 680, ha determinato una forte incompatibilità tra le due confessioni, che nei secoli ha assunto “parametri” geopolitici. Alla fine di luglio, Muhammadu Buhari, di confessione sunnita, ha messo al bando il “movimento” del Min (Movimento islamico della Nigeria), il cui leader è Ibrahim Zakzaky, di confessione sciita. Ibrahim El Zakzaky, era stato incarcerato nel 2015 perché accusato di fomentare attentati contro il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate; è stato il fondatore del movimento sciita in Nigeria, poi debolmente diffuso anche in tutto il continente; il suo programma, maturato durante la fine degli anni settanta e “perfezionato” nel 1979, si ispira alla Rivoluzione iraniana (sciiti), con l’obiettivo di garantire l’applicazione di tutti i “precetti” amministrativi e legali shaaritici e con la creazione di uno Sato islamico in Nigeria, simile a quello iraniano.

I seguaci del Min hanno subito, negli anni, centinaia di perdite dovute alla loro ricerca di “spazi confessionali”, soprattutto nella roccaforte a Zaria (Kaduna), dove, alla fine del 2015, l’esercito nigeriano ha ucciso quasi 400 persone, tra cui tre figli di Zakzaky, anche lui ferito gravemente. Il 5 agosto, dopo tre anni di detenzione, gli avvocati del leader sciita sono riusciti a farlo scarcerare per permettergli di curarsi in India.
L’atteggiamento politico del Governo è molto intransigente nei riguardi del movimento Min, un “fronte” critico nel frammentato panorama estremista e radicale nigeriano; infatti le correnti jihadiste rendono molte aree del Paese fuori controllo, e le violente azioni repressive esercitate per frenare gli sciiti, stanno procurando reazioni estremiste. È di pochi giorni fa l’affermazione di una figlia di Zakzaky, Suhailah Maleshiya, che fa riferimento al “martirio” inteso come ultimo e sacro gesto: “ci pressano a tal punto che diciamo: va bene, difendiamoci e prendiamo le armi” aggiungendo: “Vedere i nostri fratelli essere uccisi di continuo, farebbe cambiare idea a chiunque”, “Non sarebbe meglio morire come un martire?”.

La messa al bando del Movimento è recepito come un attacco allo sciismo e verosimilmente costringerebbe i fedeli a nascondersi nella clandestinità e credibilmente ad armarsi con tutte le conseguenze. Muhammed Soje, influente e radicale membro del Min, afferma che i morti sciiti per la causa sono considerati “martiri”, acuendo quella percezione del “sacrificio” come “arma” di reazione da utilizzare. Il quadro generale si presenta articolato e non racchiuso solo agli “affari” interni: gli sceicchi sunniti radicali e salafiti, punti di riferimento del potere locale, spingono affinché il Min venga considerato illegale, bandendo gli sciiti dal panorama confessionale nigeriano; le reazioni dei fedeli di Zakzaky, per adesso, sono di protesta plateale, anche se è loro obiettivo creare una Repubblica islamica sciita, che non riconosca l’autorità di Abuja.
Altro rischio è quello della “protesta” con deriva jihadista che potrebbe creare una sorta di Boko Haram in “versione sciita”.

A livello internazionale sono già demarcate le posizioni; ovviamente l’Iran “riconosce” gli sciiti nigeriani, che allo stesso tempo protestano contro la sunnita Arabia Saudita, come emerge dalle loro manifestazioni di piazza. Gli scenari che vedono la repressione contro gli sciiti di Zakzaky, simile alla repressione esercitata, da circa dieci anni, contro i jihadisti di Boko Haram, sono particolarmente simili e non è improbabile che il Min potrebbe prendere le armi in un contesto di rivalità tra Iran e Arabia Saudita, non solo in Nigeria ma in tutto il continente africano.