Somalia, dalle Corti islamiche ad al-Shabaab

L’ombra del gruppo al-Shabaab nel Corno d’Africa è l’espressione autoctona del jihadismo salafita, un aspetto dell’articolato mondo terroristico islamico che, nell’area nordorientale africana, condiziona da alcuni anni le sorti politiche e la “qualità” della vita della popolazione.

Il mondo arabo musulmano ha colonizzato, anche “religiosamente”, la popolazione del Corno d’Africa, tra il VII ed il IX secolo, ma la tradizionale strutturazione sociale, fatta da una granularizzazione tribale, ne ha  determinato una difficile amalgama collettiva, che ha permesso il mantenimento e la nascita di “nicchie” sociologiche avulse da ogni prospettiva politica (non religiosa) aggregante. Dopo un periodo storico che ha visto la Somalia “italica”, dal 1936 al 1941 e dopo la conclusione della Seconda guerra mondiale, in applicazione di accordi internazionali di durata decennale (1950-1960), la Somalia meridionale viene affidata, in amministrazione fiduciaria, all’Italia e la restante “rimane” sotto il “controllo amministrativo” britannico. Nel 1960, le due regioni della Somalia vengono riunite formando la Repubblica Somala e acquisendo l’indipendenza. Il raggiungimento dell’autodeterminazione, in un contesto articolato e frammentato come quello somalo, ha prodotto immediatamente divisioni ed incompatibilità tra i gruppi tribali nuovamente liberi di agire, come tra la popolazione somala, ex amministrazione britannica e quella ex amministrazione italiana. Tale incompatibilità “sociale” ha favorito l’avvento al potere del presidente “dittatore” Generale Muhammad Siad Barre, che nel 1969, con un colpo di stato ordito dai militari, regola la società somala riportando una pseudo aggregazione organizzata, persa dopo il 1960. Barre dà origine ad un percorso sociale diretto verso una, “sociologicamente necessaria”, visione autoritaria del potere, con connotazioni politiche che portano la società verso un modello di sviluppo socialista e nazionalista, che si esprime con la  nazionalizzazione dei limitati sistemi produttivi, un forte impulso alle riforme sociali ed un avvicinamento ai Paesi comunisti come l’Unione Sovietica e la Cina.

Brevemente, questo “avvicinamento” convince Siad Barre ad intraprendere una serie di logoranti azioni belliche (con diversi scopi), contro nazioni limitrofe (Etiopia in particolare), che portano il popolo somalo, già provato dalle sistematiche carestie, a subire ulteriori, devastanti sofferenze; ma la nebulosa alleanza con i russi determina  un crollo della credibilità politica del Generale. Tuttavia la “dittatura” di Siad Barre aveva, come tutti i “sistemi” con caratteristiche analoghe, una visione non radicale della religione islamica, nonostante le “nicchie” integraliste attive ma mitigate dal suo autoritarismo.

Concluso il conflitto nel 1988 e caduto il regime nel 1991, nel corso degli anni Novanta una guerra civile pone la Somalia al centro delle attenzioni internazionali; infatti nasce la missione Onu chiamata Unosom, nota anche come “Restore Hope” (prevedibilmente fallimentare), con l’obiettivo di creare le condizioni per gli aiuti umanitari (Italia, Ibis 1992-1994). Le frizioni interne, come le ambizioni  indipendentiste dell’ex regione sotto il controllo britannico ed il subdolo atteggiamento dei Clan (signori della guerra, principalmente Ali Mahdi e il generale Mohamed Farah Aidid) molto influenti in gran parte del Paese, determinano un drammatico fallimento delle “missioni”. Dopo un lungo periodo di illegalità politica, nel 2011, la parte settentrionale del Paese si autoproclama indipendente denominandosi Repubblica del Somaliland. Tra carestie e conflitti, la Somalia nel 2012 emana una nuova costituzione, ma anche questa non produrrà effetti benefici. Il “quadro” generale oggi vede la Somalia, uno dei Paesi più poveri al mondo, nel pieno di una crisi globale; dal 2011 è flagellata da catastrofiche siccità, come quella del 2017; sul versante politico le elezioni del febbraio 2017 hanno portato alla guida del Paese Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajo. Il Presidente si trova a dover gestire uno Stato fallito politicamente, economicamente e socialmente, del quale riveste la carica più autorevole, ma con potere, certo, solo “intorno al Palazzo”.

Nonostante le vittorie ottenute dalle truppe dell’Amisom (missione militare dell’Unione Africana), in coalizione con l’esercito regolare somalo e con l’aiuto dei droni Usa, la guerra civile, che perdura da quasi trent’anni, lascia vaste aree del territorio sotto il controllo del gruppo jihadista di al-Shabaab, che, specie a Mogadiscio, manifesta il suo potere con sistematici attentati terroristici. Questa formazione estremista islamica, affiliata ad Al Qaeda, dal 2012 “opera” in Somalia con l’obiettivo di instaurare in tutto il Paese la shari’a, la legge islamica. Il movimento islamista controlla anche vaste aree rurali nel Sud del Paese, dove la sharia viene applicata con l’esecuzione dell’amputazioni delle mani per i ladri, la lapidazioni per le adultere, le fustigazioni in pubblico e con le infibulazioni e matrimoni precoci per le bambine. L’ultimo attentato di al-Shabaab avvenuto all’Hotel Medina di Kismayo, il 12 luglio, ha causato ventisei morti e cinquantasei feriti.

In una conferenza stampa, Ahmed Madobe, presidente della regione semi-autonoma del Jubaland, ha dichiarato che l’assedio è durato circa 11 ore, causando la morte anche di stranieri: kenioti, canadesi, un britannico, due americani e tre tanzaniani, feriti anche due cittadini cinesi. Ha annunciato, Abdalle Ahmed Mumin, segretario generale della Sjs, il sindacato somalo dei giornalisti, che nell’attentato sono morti anche due giornalisti somali: Mohamed Omar Sahal e Hodan Naleyeh.

Il processo di frammentazione dello sconfitto Stato islamico ha indotto molti “reduci” a ricollocarsi in formazioni jihadiste ancora presenti e organizzate; al-Shabaab ha accolto molti di questi miliziani, rafforzandosi. Il percorso d’islamizzazione, con marchio salafita-jihadista, di ampie aree territoriali, inserite geograficamente in uno Stato ben definito, ma da esso totalmente svincolate, hanno avuto il classico tracciato che ha visto nascere la pluridecennale guerra tra i clan, inizialmente motivata dall’obiettivo del controllo del potere; poi gli scontri, nel tempo, si sono trasformati in conflitti di matrice religiosa, che all’inizio degli anni 2000, si sono conclamate con la nascita delle Corti islamiche e poi con l’affermarsi del gruppo degli al-Shabaab.

La nascita delle Corti islamiche (in ambito sunnita, scuola coranica hanhbalita) ha creato un comune denominatore tra le varie aree radicalizzate, permettendo di unificarle “giuridicamente”, poi con la successiva applicazione della sharia nella versione “salafico-jihadista”, confermando che l’istituzione di dette forme “peculiari” di giudizio islamico sono chiaramente l’“avamposto giuridico” della successiva adozione della legge coranica “formato radicale”, ricordando che in molte nazioni europee, dove esistono “enclavi” islamiche, dette Corti già esistono ed esercitano.