Sudan: la rischiosa “disobbedienza civile” ed il potere delle milizie paramilitari

Il ruolo dei militari nelle “questioni di Stato”, ha spesso avuto un peso determinante nella Storia dei popoli europei e occidentali; esponenzialmente più decisivo lo è stato e lo è a livello globale, ed in particolare, in questo momento storico, nei Paesi africani.

Come già detto nel mio precedente articolo sulla situazione in Sudan, i militari hanno raggiunto il potere agendo con modalità strategicamente ambigue, presentandosi come difensori e sostenitori del popolo sudanese fronteggiando, in vari modi, i “Servizi” a difesa dell’ex presidente Omar Al-Bashir. Ottenuto il consenso popolare, deposto il presidente e conquistato il successivo controllo dello Stato, i militari si trovano ora a dover gestire proprio quel popolo che hanno spronato alla rivolta contro il vecchio potere civile e che ora invoca un nuovo passaggio del potere dai militari ai civili.

Il “Movimento di protesta”, che è verosimilmente lo stesso che contestava Bashir, ha già subito, il 9 giugno, un ulteriore segnale di grande difficoltà “negoziale”, lasciando “sul campo” altri manifestanti tra Khartoum e Omdurman, vittime della reazione dei militari alla “disobbedienza civile” proclamata dal popolo sudanese, come risposta ai già conclamati programmi del Consiglio militare di Transizione, di voler permanere al governo dello Stato. Suddividere le “parti contendenti” tra militari e civili non è assolutamente esaustivo alla comprensione del complesso sistema sociale sudanese; intanto va detto che la “fazione” militare è il massimo dell’eterogeneità che si può immaginare: il Comitato Militare di Transizione (Cmt), è l’aspetto che potremo definire ufficiale ed organizzato, ma il supporto logistico è costellato da vari gruppi di milizie che, fanno riferimento al Cmt, ma agiscono in assoluta autonomia come ad esempio l’Rsf (Rapid Support Forces). Secondo quanto riportato da fonti di informazione orbitanti in ambito sanitario, come l’Associazione dei Professionisti del Sudan (Spa), l’estrema violenza delle bande paramilitari che stanno imperversando nella capitale, che sta diventando un “barattolo di miele”, hanno provocato circa un centinaio di morti; queste bande di giovani uomini abbigliati con le divise dell’Rsf, comandate dal generale Mohammed Hamdan Daglo, chiamate “Hemetti”, mascherano la loro vera identità e le loro vere intenzioni facendosi identificare come una vecchia organizzazione di sicurezza, il Niss, traducibile come “unità di intelligence o di sicurezza”. Le azioni di violenza che manifestano specialmente a Khartoum, hanno lo scopo di terrorizzare la popolazione: i paramilitari sono sempre più frequentemente autori di stupri e brutalità varie. Una delle immagini più cruente che viene diffusa dalla “rete” sudanese è quella che mostra i miliziani che appendono le mutande strappate alle giovani donne fatalmente “incontrate” per le strade della capitale, ai loro fucili Ak-47.

Gli odierni omicidi, i saccheggi, gli stupri, ripercorrono, come una tragica prassi, i periodi più drammatici vissuti dal Sudan, quando i miliziani Murahilin e della Difesa popolare (Fdp demoni a cavallo), miliziani filogovernativi operanti nel Darfur negli anni 2000, riducevano la popolazione a lottare per la sola sopravvivenza. Sembra che oggi l’Rsf (Rapid Support Forces), possa essere identificato come il discendente diretto di queste organizzazioni paramilitari, teoricamente parte integrante dell’Esercito, ma che in autonomia controllano alcuni quartieri della capitale; inoltre godono di risorse finanziarie e di armamenti propri frutto di saccheggi ma anche di “trasferimenti” e forniture provenienti da fonti sia interne che esterne al Sudan. Non indugiando sulle macabre descrizioni di quanto viene riportato dai canali di informazione locali ancora “liberi”, risulta che il Nilo stia assumendo la stessa immagine che dava il Tigri in Iraq ai tempi dell’Isis; circa un centinaio di corpi sono sati ripescati dal fiume con segni di torture e di violenze, alcuni presentavano pesi legati alle gambe ed altri le braccia legate. Viste le “modalità operative” del devastante e articolato sistema paramilitare, le opposizioni, fautori dell’anacronistica “disobbedienza civile”, come la Spa, le Forze per la libertà ed il Cambiamento (Ffc), stanno, con obbligata prudenza, tentando di non essere sopraffatti, agendo quasi in modo anonimo e comunque tenendo i vertici di tali organizzazioni sotto protezione e spesso nascosti.

Come ultima dimostrazione di poca lungimiranza politica ed approssimazione istintiva, il Comitato Militare di Transizione, ha fatto arrestare da agenti del “Niss” (o Rsf, paramilitari), Yasir Arman, leader del Splm-Nord, uno dei gruppi armati attivi in ​​Sudan dopo la secessione del Sud Sudan del 2011, che nonostante la condanna a morte comminata nel 2014, si è recato a Khartoum per negoziare un’auspicata tregua alle violenze; dopo l’arresto ed il successivo “trattamento rieducativo”, è stato trasferito in quelle che vengono dette “case fantasma” (centri di detenzione segreti, prigioni baracche, molto in uso in centro Africa), in attesa di “sviluppi”.

A livello internazionale il Cmt sta riscuotendo insuccessi assoluti: gli Usa hanno fatto pressione sull’Unione Africana affinché sospendano il Sudan dal Club medesimo, gli Emirati Arabi e l’Arabia Saudita, non riconoscono come interlocutore il generale Abdel Fattah al-Burhane; la Francia, subito espostasi come mediatore, temporeggia alla luce del peggioramento repentino delle condizioni socio-politiche. Il “processo sociologico” che sta attraversando il Sudan ripercorre una prassi ben conosciuta che vede gli “opportunisti” (milizie paramilitari) assumere, per atrocità commesse, la figura di un primo attore scoordinato e confuso, affatto lungimirante, ma violento e avido; il rischio è che questo attore acquisisca, visti i vantaggi della “troupe”, un sempre maggiore controllo del “palcoscenico”, accrescendo, in questo modo, la grave instabilità politica e le drammatiche condizioni sociali dello Stato africano, con la concreta possibilità che questi miliziani paramilitari, possano prendere il sopravvento sull’Esercito “regolare” (come sta accadendo adesso in Mali), attualmente unica alternativa al rischio dell’ennesima catastrofe umanitaria.