La magistratura irachena e la “bonifica” dell’ex esercito del Califfato

Il nuovo Iraq sta gradualmente ma energicamente reinserendosi, come attore protagonista, nel contesto economico e diplomatico internazionale; l’adozione di una politica matura, frutto di incommensurabili sofferte esperienze e la ricerca di difficili nuovi equilibri, stanno iniziando a produrre interessanti risultati. Dopo drammatici decenni di disgregazione e crisi, iniziati con la guerra contro l’Iran, nel 1880, conclusasi nel 1888 e con l’invasione irachena del Kuwait del 2 agosto 1990, che ha gettato le basi per l’inizio della “Seconda Questione d’Oriente”, l’Iraq ha subito drammaticamente l’esperimento” della nascita, su una parte del proprio territorio, del Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi, di impostazione politica tendenzialmente “sempliciotta”, ma sociologicamente ed umanamente atroce. La cacciata dell’Isis da Mosul e zone limitrofe, ha permesso ai leader iracheni di riorganizzarsi, utilizzando una “modalità politica” di “nostrana” elaborazione come il Codice Cencelli in versione “mesopotamica”. Tale “brillante” assetto governativo ha permesso alla Repubblica parlamentare e federale di coinvolgere etnicamente e confessionalmente quelle forze che hanno combattuto con successo lo Stato islamico.

In applicazione del suddetto “Codice” il presidente della Repubblica è Barham Ṣāliḥ, un curdo appartenente al “gruppo etnico” più determinante per la sconfitta dei jihadisti nel nord dell’Iraq; il primo ministro è Adel Abdul Mahdi di confessione sciita, legato all’Iran, il cui esercito ha svolto un ruolo determinante nel respingere le milizie dell’Isis a nord di Baghdad; e Salim al-Jabouri, sunnita, Presidente del Parlamento. La politica irachena ha oggi due “fronti” da gestire con urgenza, entrambi estremamente strategici per una credibilità internazionale e per la propria sicurezza (specialmente dopo le recenti esternazioni di Donald Trump circa l’Iran): quello di politica estera, che vede la sua scaltra diplomazia, rappresentata dal Primo Ministro Adel Abdul Mahdi, relazionarsi con gli omologhi iraniani e con l’influente Arabia Saudita, con lo scopo di mitigare le forti tensioni tra i due Stati, con la consapevolezza che una loro crisi, nella quale gli Usa non resterebbero fuori, trasformerebbe l’Iraq per l’ennesima volta in un campo di battaglia; inoltre sia i sauditi che gli iraniani  (rispettivamente sunniti-wahabiti e sciiti), stanno investendo enormi risorse, ufficialmente a scopo “solidale”, in Iraq con la relativa influenza politica.

L’altro “fronte” è interno, legato anch’esso all’opera di stabilizzazione socio-politica ed alla “bonifica” dell’ex esercito dell’Isis. In più occasioni il governo di Baghdad ha dichiarato di considerarsi competente per tutti i crimini commessi durante il periodo del l'autoproclamato "Califfato" dell'Is, sui territori che stavano a cavallo dell'Iraq e della Siria. Circa una settimana fa la Corte Suprema irachena ha comunicato che oltre 870 jihadisti stranieri, di cui 200 circa donne, sono stati giudicati e condannati dall'inizio del 2018, mentre solo 11 persone sono state prosciolte e rilasciate. La Magistratura ha condannato a morte o all'ergastolo molti di questi terroristi,  di cui un cospicuo numero stranieri, sia uomini che donne. L’Iraq è oggi tra i cinque Paesi con più condanne a morte nel mondo; nonostante l’impegnativa attività processuale, i condannati alla pena capitale nel 2018 sono stati 52, contro i 125 del 2017; risultano anche 12 detenuti di nazionalità francese trasferiti dalla Siria poche settimane fa dopo l’ultima disfatta di Al-Baghuz Fawqani.

Ma dietro questa fervente attività del sistema giuridico iracheno, che risponde a norme sia di radice schaaritica che europea, e a fronte di un sistema giudiziario federale articolato, che secondo la costituzione comprende: l'Alto Consiglio Giuridico, la Corte Suprema Federale, la Corte di Cassazione Federale, il Dipartimento del Procuratore Pubblico, la Commissione di Sorveglianza della Magistratura e gli altri tribunali federali, ed un sistema legislativo composto dal Consiglio dei Rappresentati, quello che si sta verificando oggi è un l’importante “business del jihadista catturato”; infatti Bagdad, proprio il mese passato, ha proposto la propria disponibilità ad “accogliere” e “gestire” tutti i jihadisti stranieri detenuti in Siria, non ponendo, tuttavia, limiti all’accoglienza” dei miliziani anche se catturati altrove, previo, ovviamente, indennizzo economico da stabilirsi caso per caso. Senza dubbio questa proposta risolverebbe, alle Nazioni che hanno ex combattenti dell’Isis nelle proprie galere, il grosso problema della loro complessa detenzione, ed anche i conseguenti impegni dal punto di vista economico, sociale e di risorse impegnate nella loro “ergastolana” gestione, ma anche incombenze a carattere processuale ecc.

L’attenzione sull’Iraq non è solo dovuta ai grandi affari che si stanno facendo, sia per il petrolio, come per la ricostruzione, ma anche su questo ultimo aspetto, sul quale le associazioni umanitarie e le Ong stanno vigilando e prendendo già qualche iniziativa; la soluzione del “mercato del jihadista catturato”, rivela un aspetto socioeconomico, strategico che potrebbe configurarsi come un nuovo filone di business, che forse, visto il consistente numero di prigionieri del Califfato ed anche in vista di una futura proiezione, non sarebbe inferiore ad altri “affari” tradizionali.