Donald crocifisso come Silvio

C’è una minacciosa nube temporalesca che si sta addensando all’orizzonte della geopolitica. A Washington si sta consumando una mostruosa mutazione di quel rapporto di lealtà istituzionale tra poteri dello Stato e corpi intermedi della società civile che è stato da sempre il fulcro valoriale dell’identità americana.

Ad essere brutali si potrebbe dire che è in corso, negli “States” dell’Era Trump, una “italianizzazione” della lotta politica. Dopo il fuoco d’interdizione di una parte della magistratura contro i provvedimenti varati per fermare i flussi d’immigrazione incontrollata, particolarmente dai Paesi a maggioranza musulmana, non passa giorno che i mass media, mosche cocchiere dei più influenti circoli del capitalismo occidentale, non scaglino accuse contro l’inquilino della Casa Bianca.

L’obiettivo è palese: creare i presupposti per l’attivazione di una procedura di impeachment a carico di Donald Trump. Vogliono cacciarlo a qualsiasi costo. Che lui fosse un’anomalia del sistema lo si sapeva da prima che vincesse la partita delle elezioni presidenziali. Forse è anche per questo che l’ha spuntata su Hillary Clinton. Ciò, invece, che non s’immaginava è che l’odio antropologico verso la persona, congiunto al terrore dell’establishment in vista delle scelte “eversive” annunciate da “The Donald” in campo economico e sociale, potesse spingere i suoi avversari a venir meno a quel patto di fedeltà tra il “Commander-in-Chief” e le articolazioni dei poteri tradizionali del suo Paese.

Se c’è una cosa che noi europei abbiamo sempre invidiato ai cugini d’oltreoceano è quel senso d’appartenenza che ha fatto di una realtà multietnica, multi-religiosa, profondamente divaricata dal punto di vista delle gerarchie economiche e della scala sociale, un monolite in grado di parlare con una voce sola: quella del suo presidente. È l’America del “My country, right or wrong,”, che dalle nostre parti è mancato o non ha mai funzionato a dovere. Noi italiani lo sappiamo bene. Quando all’estero consorterie affaristiche e circoli di potere tecnocratici prendevano di mira, attraverso campagne mediatiche sapientemente orchestrate, l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, in Italia nessun ha mosso un dito per difenderne l’onorabilità e il prestigio. Nessuna voce si è levata per dire: come osate! Nessun fremito di orgoglio patrio ha scosso i nostri politicanti. Nessuna maglietta si è vista in giro che recasse la frusta scritta: “Siamo tutti Silvio”. L’odio verso il nemico interno ha fatto aggio sul senso di appartenenza alla medesima comunità di destino. Al contrario, gli oppositori trasversalmente collocati nei “sacri palazzi romani”, a cominciare da quello del Colle più alto, hanno fatto leva sugli insulti altrui per rovesciare il tavolo del governo. Ma questa lotta, degna della più dantesca “serva Italia…”, ha fatto molto male agli italiani.

Oggi, negli States, sta accadendo qualcosa di analogo. Con una differenza sostanziale. L’America non è l’Italia. Ha responsabilità politiche e strategiche incommensurabili sullo scacchiere internazionale. Indebolire Trump accusandolo di essere al soldo dei russi, per avergli spifferato chissà quali indicibili segreti super-classificati dall’intelligence, significa mettere a rischio gli equilibri globali che si fondano principalmente sulla percezione di stabilità e di coesione che la maggior potenza strategica mondiale riesce a trasmettere ai suoi interlocutori. Qualcuno dirà che in un Paese democratico la stampa è libera. E chi lo nega? Tuttavia, in un società matura come quella americana il potere mediatico dovrebbe mostrare più criterio nel maneggiare informazioni sensibili. Verrebbe da consigliare ai “soloni” d’oltreoceano di darsi una regolata nella corsa al tiro al “piccione Donald” perché, alla lunga, potrebbe rivelarsi un pericoloso boomerang. Lo sappiamo noi italiani dove conduca questa tattica demolitoria fatta per favorire gli interessi dei pochi a danno di quelli dei molti. Buttato giù l’odiato nemico, arriva il peggio. Déjà vu! Per un Berlusconi silurato c’è stato pronto sull’uscio un Mario Monti. Con i disastri che ancora stiamo scontando.