Presidenziali francesi:
sfida aperta per l’Eliseo

di Giorgio Borrini

19 aprile 2017ESTERI

 

A quattro giorni dal voto, la corsa all’Eliseo si annuncia aperta come mai. Sono quattro, oggi, i candidati che aspirano concretamente al ballottaggio.

Tra questi solo uno, François Fillon, è il leader di uno dei due schieramenti che hanno retto il sistema politico francese fino ad oggi: i Republicains di Jacques Chirac e Nicolas Sarkozy. Fillon ha per di più scalato il partito da outsider, con le primarie di novembre. Cattolico e liberista, ha corso una campagna tutta in salita: infiacchito da un cocktail di scandali familiari, retorica stantia e un partito vecchio e lacerato. È rimasto, faticosamente, incollato per i sondaggisti al suo 20 per cento. Rappresenta una destra identitaria, rincorrendo Marine Le Pen, pur evitando toni sovranisti e xenofobi e tentando in questo modo di tracciarne un margine.

Marine Le Pen è in vantaggio dalla scorsa estate per tutti i sondaggi, pur correndo col vessillo di un Front National erede de facto della Repubblica di Vichy e, fino a pochi anni fa, considerato da tutti una vergogna nazionale. Forte del proprio messaggio identitario e sovranista cita spesso Charles De Gaulle: “Anche il generale era accusato di essere fascista o bolscevico, ma la Francia non è né di destra né di sinistra: è la Francia”. L’urlo identitario “Au nom du peuple” riprende così l’America First di Donald Trump, proponendo un nuovo modello per tutti i populismi occidentali di destra.

Emmanuel Macron è la sorpresa, dato fino a pochi giorni fa certo del ballottaggio e ancora oggi in testa e appaiato alla Le Pen con il 22 per cento. Giovane funzionario di 39 anni, Macron ha fondato un anno fa un movimento politico con l’intento dichiarato di scavalcare le tradizionali divisioni destra-sinistra. Per alcuni commentatori sulla scia di Justin Trudeau, per altri dei Ciudadanos spagnoli o del nostro Matteo Renzi: nessuno schema novecentesco, molto Twitter e un messaggio basato sulla paura dei populismi. Macron è stato capace, tra i molti, di attrarre l’endorsement di François Bayrou, candidato da centrista alle elezioni presidenziali per ben tre volte. Bayrou alle primarie Republicains aveva appoggiato Alain Juppé contro Fillon: a ulteriore testimonianza di quanto il sistema partitico sia ormai liquido e ci si possa spostare facilmente tra i due partiti tradizionali. Uno schema che ricorda quello italiano: dove dal 2013 un enorme spazio centrista si è mosso con disinvoltura tra Berlusconi e Renzi, stretti questi ultimi tra sovranisti e grillini.

Jean-Luc Mélenchon è la possibile sorpresa. Clamorosa. Candidato della sinistra radicale, politico di lunghissimo corso, ma che si presenta paradossalmente come una figura di rottura e antisistema. Sulla scia di quel Bernie Sanders che ha fatto sognare per mesi la sinistra a stelle e strisce ed europea tutta. Quotato intorno al 18 per cento, è in netta e continua risalita: settimana dopo settimana. A gennaio nessuno lo dava oltre il 10 per cento. Il suo è un messaggio radicale: propone la tassazione al 100 per cento oltre una certa soglia di reddito, il divieto di licenziamenti collettivi per motivi economici, l’uscita totale dall’energia nucleare. Proposte talmente forti (pur nella palese tradizione “gauche”), da risultare oggi anti sistema. Perfettamente in linea con l’esperienza di Sanders, Mélenchon riempie piazze e palazzetti dello sport, parlando per ore con un messaggio di ultra sinistra e di speranza per le fasce sociali più basse e umiliate. I suoi elettori si dichiarano pronti a votare al secondo turno Marine Le Pen: in un paradosso che tanto paradosso non è, le politiche sociali e identitarie contro il messaggio pro sistema degli altri candidati. Un film già visto con gli elettori negli States: i partiti tradizionali ormai scollati dai tessuti sociali, i fili conduttori tra i candidati nella forza o meno di interpretare un messaggio pro o anti sistema.

I programmi dei quattro candidati si diversificano su due punti, più degli altri: l’approccio al nuovo mondo del lavoro (con le diverse proposte, talvolta improbabili, sul reddito universale a farne la base) e, soprattutto, l’Europa. Se Marine Le Pen e Mélenchon propongono una l’uscita e l’altro la riscrittura di tutti i trattati europei, Fillon e Macron pur critici in parte si mostrano più europeisti. Ancora una volta, il filo che lega questo nuovo sistema politico francese al nostro è netto. Le differenze tra Berlusconi e Salvini da una parte, Renzi e Grillo dall’altra, sembrano fotocopie.

Quale che sia il risultato elettorale, il sistema politico che ha retto il Paese dal 1958 ad oggi è completamente saltato. Il partito socialista, dopo sessant’anni a giocarsi la Presidenza del paese, è spazzato via. François Hollande è primo Presidente della Repubblica a non difendere il suo mandato. Il candidato ufficiale del partito, Benoît Hamon, galleggia nell’indifferenza generale e nell’impossibilità di raggiungere il secondo turno.

Sono molti i commentatori che si affannano nell’analisi di una “società liquida” anticipata da Bauman e realizzata oggi anche nelle fluttuazioni dell’elettorato. Rimane una certezza: i sistemi partitici e le dottrine politiche che hanno retto dal dopoguerra il mondo occidentale si stanno squagliando. Sempre più velocemente. Nel prossimo anno l’Europa, mai così fragile, osserverà alle urne Francia, Gran Bretagna, Germania e infine l’Italia. La Francia è il primo assaggio di un futuro incerto.