Com’è andata davvero in Olanda

A urne chiuse in Olanda gli europeisti esultano per lo scampato pericolo: la destra populista di Geert Wilders non ha vinto. Quindi, sono fugati i timori della vigilia che delineavano uno scenario inquietante per il futuro dell’Unione europea.

Si temeva che l’onda euroscettica, dalla plaga d’Olanda, avrebbe fatto da apripista al populismo montante nel resto del Vecchio Continente. Tutto bene allora? Non proprio. Sedati gli eccessivi entusiasmi per la ”diga olandese”, bisogna guardare i numeri che indicano una realtà un tantino diversa da quella che i cantori di questa Unione europea si sono precipitati a osannare. Il Partito Popolare per la Democrazia e la libertà (Vvd) del premier uscente Mark Rutte è il più votato. Tuttavia, dai 41 seggi conquistati nel 2012 è sceso a 33 scranni nella nuova Camera Bassa. Parlare quindi di vittoria appare azzardato, più realistico sarebbe considerarla una non-sconfitta rovinosa. Il Pvv di Geert Wilders, il perdente della narrazione filoeuropeista, ha incrementato la sua pattuglia parlamentare a 20 seggi con una percentuale di voti del 13,1. I socialdemocratici escono massacrati dalle urne con una perdita secca di 29 seggi rispetto a quelli detenuti in precedenza. Nel nuovo Parlamento siederanno soltanto 9 membri della formazione che si richiama, in sede europea, al Pse. Crescono inaspettatamente i Verdi di GroenLinks, che balzano da 4 a 15 seggi. Sostanzialmente tengono i cristiano-democratici e i liberali progressisti, che incassano ciascuno 19 seggi.

Con questi dati la fotografia che viene fuori è piuttosto chiara: l’Olanda ha svoltato a destra. Il partito del primo ministro Mark Rutte, liberal-conservatore, stando all’unanime valutazione degli analisti, ha tamponato la falla della perdita di voti grazie alla ferma presa di posizione anti-turca assunta nelle ultime ore di campagna elettorale. La popolazione olandese, accorsa in massa alle urne (affluenza dell’82 per cento), sebbene non si sia fidata dell’estremista Wilders, ha voluto ribadire la sua contrarietà a politiche di resa di fronte all’invasione degli immigrati islamici.

Ora, qualsiasi combinazione di governo Mark Rutte proverà a mettere insieme per restare al comando non potrà prescindere da un’azione di governo più stringente nei confronti del nodo sensibile delle politiche d’accoglienza dei migranti. Dal canto suo, Wilders non l’ha spuntata nella corsa al primo posto, ma resta pur sempre il capo indiscusso del secondo partito del Paese, che diventa la prima forza d’opposizione. Per varare una nuova coalizione, Rutte dovrà rivolgersi ai cristiano-democratici del Cda e ai liberal-progressisti di “D66”, che è come mettere insieme il diavolo e l’acqua santa, in particolare sui temi dei diritti civili. In compenso su un punto sono tutti - o quasi - d’accordo: più rigore nei conti pubblici dei Paesi membri della Ue e nessun regalo sotto forma di flessibilità sul deficit agli Stati spreconi della fascia meridionale.

La crisi sconcertante della sinistra riformista, pressoché azzerata nel consenso, conferma e non indebolisce l’intenzione dell’Olanda di voler restare nel gioco europeo ma alle proprie condizioni che non sono le stesse degli altri, in special modo del governo italiano. Ragione, questa, che induce una qualche perplessità nel registrare le espressioni di gioia per il risultato olandese della sinistra e dei centristi di casa nostra. Per come si sono messe le cose, con il premier Rutte obbligato dal responso delle urne a irrigidire le posizioni da “falco” europeo, piuttosto che abbandonarsi a moti di giubilo ingiustificati sarebbe consigliabile che il premier Paolo Gentiloni, il suo datore di senso di Rignano sull’Arno e tutto l’allegro caravanserraglio dei moderati “soccorritori del vincitore” chiunque-esso-sia, andassero in giro con una fascia di lutto al braccio giacché, dopo il voto olandese, la festa del deficit a gogò è finita e sarà più difficile chiedere financo un caffè ai guardiani dei conti di stanza a Bruxelles.