Caro Segretario   di Stato Kerry

Caro Segretario di Stato John Kerry, ho ascoltato il suo discorso sul conflitto israelo-palestinese con la massima attenzione. L’ho ascoltato perché sono decenni che spero che questo conflitto abbia termine; perché so bene che la missione primaria degli ebrei è da sempre la ricerca di una pace sfuggente; e perché sono 25 anni che l’American Jewish Committee, l’organizzazione che dirigo, auspica una soluzione a due Stati. E l’ho ascoltato anche perché mi rendo conto che costruire nuovi insediamenti al di là della barriera di sicurezza è un grosso ostacolo verso il raggiungimento di un accordo finale.

Inoltre, confido nella sua buona fede. Ne ho avuto esperienza diretta. Io l’ho sentita parlare in privato, non solo in pubblico. So bene che è sincero quando afferma che Israele deve rimanere uno Stato ebraico e democratico. Quando esprime tutta la sua angoscia per i bambini ebrei che risiedono in città di confine come Sderot e Kiryat, costretti quotidianamente a rischiare la vita, so che quel che dice viene non solo dalla testa ma dal profondo dell’anima. E riconosco che negli ultimi otto anni abbiamo assistito ad un livello di cooperazione bilaterale mai visto prima tra Washington e Gerusalemme a livello di intelligence e di difesa, presso le Nazioni Unite e le sue varie agenzie, e non solo. Lei ne ha citato vari esempi, ed ognuno corrisponde al vero.

È vero: quante vite israeliane sono salve oggi grazie alla cooperazione tra Israele e gli Stati Uniti nel campo degli scudi missilistici? Quante situazioni potenzialmente tragiche sono state evitate grazie alla condivisione bilaterale di intelligence? Quante mozioni internazionali ostili ad Israele sono state bloccate grazie all’intervento dell’America?

Eppure, mentre assorbivo ogni parola, ogni idea, le sue espressione facciali, il suo gesticolare, non mi sentivo perfettamente a mio agio. Volevo credere a tutto - alla speranza, alla visione, alla determinazione - eppure c’era qualcosa che mancava.

Lei stesso ha affermato che la maggioranza degli israeliani è a favore della separazione e di un accordo con i palestinesi. Ed è vero, chiaramente. Ma quegli stessi sondaggi mettono in risalto il fatto che la popolazione teme che lo scopo ultimo dei loro vicini sia l’annientamento di Israele. In altre parole, gli israeliani sono schizofrenici, e vista la regione in cui risiedono ciò è perfettamente comprensibile. Da un lato, sono attratti dall’idea di due Stati per due popoli, di uno Stato palestinese “demilitarizzato” (e democratico?), e dalla fine del conflitto e delle richieste da entrambe le parti. Ma, nel profondo, pensano che tutto questo sia veramente possibile nel Medio Oriente di oggi, oppure pensano invece che sia tutto solo una visione romantica e sognatrice nata dalle buone intenzioni di chi abita da qualche altra parte?

Dopotutto, questi sognatori si sono tenuti ben lontani dal Medio Oriente recentemente, direbbero molti israeliani: lontani dalla Siria, lontani dall’Iraq, dalla Libia, dall’Iran... la lista si allunga. E allora, perché dovrebbero fidarsi e consegnare il loro destino all’ennesimo “Piano”?

Il timore più grande, mi viene ripetuto spesso, è che lo Stato palestinese diventerà con ogni probabilità uno Stato fallito, andando ad aggiungersi all’elenco degli Stati falliti della regione. Supponiamo che, per miracolo, Israele firmasse oggi stesso un accordo di pace con la leadership palestinese a Ramallah. Chi si troverebbe di fronte tra uno, cinque o dieci anni?

Abbas non si è curato minimamente della sua successione, malgrado abbia superato gli ottant’anni di vita. I nodi verranno al pettine con violenza non appena giungerà il momento di contendersi il controllo dell’Autorità Palestinese, e Hamas, che ha già il controllo di Gaza, non resterà a guardare. La mancanza di stabilità in quell’area avrà ripercussioni non solo in Israele, ma anche - se non addirittura maggiormente - in Giordania.

Vogliamo chiederci perché gli israeliani si sono spostati a destra, facendo mancare il loro appoggio e indebolendo i partiti di centrosinistra? C’è chi lo ha spiegato con l’immigrazione dall’Ex Unione Sovietica e con l’alto tasso di natalità degli ebrei ortodossi, ma il motivo principale, vi direbbero gli israeliani, sono gli eventi che si sono susseguiti dal 2000 ad oggi: lo sforzo determinato da parte del primo ministro Barak e del presidente Clinton di firmare un accordo a due Stati, accordo che non solo fu rifiutato dal leader dell’Olp Arafat, ma che in tutta risposta lanciò una seconda Intifada; il ritiro di Israele dal Libano meridionale, il cui vuoto è stato rapidamente colmato da Hezbollah e dal suo “Stato dentro lo Stato”; il ritiro di Israele da Gaza, in cui Hamas ha prima espulso l’Autorità Palestinese e poi preso il potere; e Abbas stesso, che mentre da un lato viene descritto come l’uomo con cui si farà la pace, dall’altro non si fa vedere al tavolo dei negoziati, intento com’è ad attizzare il fuoco della rivolta, del martirio, della delegittimazione di Israele.

E arriviamo ora alla Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu di venerdì scorso. Il punto doveva essere: in questo modo, abbiamo avvicinato le parti al tavolo dei negoziati? Per ora, mi sembra chiaro che le conseguenze vadano in tutt’altra direzione: la strategia di Abbas di internazionalizzare il conflitto e mettere Israele all’angolo è stata premiata, e dal suo canto Netanyahu dichiara che la comunità mondiale non è interessata a trattare Israele in maniera equa.

E allora, perché questa risoluzione passata con l’astensione degli Usa, perché questo discorso proprio oggi, 24 giorni prima che Barack Obama consegni il potere alla prossima amministrazione i cui punti di vista - come lei ha affermato - sono ben diversi da quelli che ha espresso lei?

Sarà forse per preparare il terreno ad ulteriori azioni del Consiglio di Sicurezza nei prossimi giorni, e per rafforzare la conferenza di Parigi di metà gennaio proposta dalla Francia? Sarà forse per creare una situazione che non possa essere facilmente ignorata o evitata dalla prossima amministrazione?

Come ho detto all’inizio, io non dubito del suo impegno verso Israele, ma non riesco a non domandarmi cosa stia accadendo. A meno che lei non decida, tra oggi e il 20 gennaio, di esprimersi con forza sulla carneficina in Siria, sullo sfaldamento della Libia, sul ruolo destabilizzante dell’Iran in Medio Oriente e la sfida crescente alle forze Usa, sulla continua occupazione da parte russa della Crimea e dell’Ucraina orientale - tutti temi che toccano nel vivo gli interessi fondamentali statunitensi e che potrebbero essere affrontati in maniera differente dal Presidente Donald Trump e dalla sua squadra - allora perché concentrarsi proprio su questo tema - che coinvolge uno stretto alleato - ieri alle Nazioni Unite, oggi al Dipartimento di Stato, e domani magari di nuovo alle Nazioni Unite, con o senza l’iniziativa degli Usa, oppure a Parigi?

Prima di chiudere, mi permetta di affrontare solo un’altra questione, nel nome della giustizia e dell’accuratezza storica. Uno dei suoi sei princìpi è la soluzione al problema dei rifugiati palestinesi. Ho atteso che lei menzionasse anche il problema dei rifugiati ebrei, ma - ahimè - ho atteso invano. Signor Segretario di Stato Kerry, come lei ben sa, ci furono due, non una sola popolazione di rifugiati nate a seguito del conflitto arabo-israeliano, ed erano pressappoco di uguale entità. Il fatto che una di queste sia stata tenuta in vita dall’Unrwa e dall’assenza di un mandato per trovare una nuova casa ai profughi (e ai loro discendenti in eterno, aggiungerei), mentre l’altra è stata affrontata da persone che hanno rifiutato di farsi strumentalizzare, scegliendo invece di rifarsi una vita, ciò non toglie che sia necessario affrontare le tragedie - e le pretese - di entrambe le popolazioni.

Concludendo, proprio come lei e il compianto Shimon Peres, anche io mi rifiuto di abbandonare il futuro. Ho assistito a troppi miracoli politici nella mia vita per non credere che i cambiamenti epocali siano possibili: la fine dell’apartheid in Sud Africa; la pace di Israele con Egitto e Giordania; la riconciliazione franco-tedesca, il crollo del muro di Berlino e della Cortina di ferro; il ritorno della democrazia in Argentina, Brasile e Cile; il salvataggio di milioni di ebrei dall’Urss. Ma io provengo da una famiglia che ha vissuto direttamente i flagelli del Comunismo, del Nazismo, e del jihadismo, e ho imparato che dobbiamo essere capaci non solo di immaginare il meglio, ma anche di temere il peggio. Molti israeliani e i loro alleati hanno vissuto storie simili in famiglia. Quando la situazione lo richiede, gli israeliani agiscono. L’hanno fatto in passato, e lo faranno ancora. Una pace duratura è, ed è sempre stata, la loro priorità più importante.

Ma per far sì che ciò accada devono poter credere che dall’altro lato del tavolo delle trattative siedano leader convinti sinceramente a voler negoziare in buona fede. Che questo sia il caso è ancora tutto da vedere, purtroppo.

(*) Direttore esecutivo dell’American Jewish Committee