13 giugno 2012ESTERI
L'autunno australe sembrava iniziare sotto una buona stella per
il Presidente del Brasile Dilma Rousseff, infatti l'inchiesta di
Datafolha, resa nota il 23 aprile, le assegnava un record di
popolarità, ben il 64% dei brasiliani giudicava la sua presidenza
"ottima" o "buona", il 29% "regolare". Nell'inchiesta emergeva però
un dato curioso, alla domanda chi l'intervistato volesse candidato
alla presidenziali del 2014, il 57% rispondeva Lula, solo il 32%
l'attuale presidente, ulteriore riprova della grande popolarità di
Lula. Subito dopo la pubblicazione di questa inchiesta, però, il
clima politico comincia ad accendersi fino a livelli mai visti
nella vita politica del Paese dopo il ritorno pieno alla democrazia
nel 1985.
Un insieme di fatti contribuisce ad accendere lo scontro tra
maggioranza ed opposizione, qualche volta anche dentro la stessa
maggioranza e con organi dello Stato. Certamente il motivo
principale è lo scenario delle elezioni comunali di ottobre. In
Brasile il potere è distribuito su quattro livelli: presidenza,
parlamento, stati e comuni. Nei 5000 e più comuni che compongono la
struttura locale risiedono molte delle chiavi che aprono le porte
del governo degli stati e della presidenza della repubblica. È in
questo clima elettorale che il governo riceve una sonora sconfitta
prima della fine del mese di aprile. Infatti una maggioranza spuria
di 274 voti contro 189 approva una nuova versione del "codigo
florestal", ossia la riforma dell'insieme di leggi sull'ambiente e
sull'uso del terreno agricolo. È chiaro, una parte della base del
presidente si è alleata con i "ruralisti", quei settori politici
che difendono gli interessi dell'agricoltura, in particolare dei
grandi proprietari. Il colpo è forte, non si dimentichi che dal 20
al 22 di giugno si terrà il Rio+20, l'assemblea dell'Onu sui temi
dell'ambiente. Il Brasile non può certamente presentarsi a
quest'incontro con le durissime proteste degli ambientalisti che
accusano la legge approvata di essere un assalto alla natura.
Un mese dopo, la Rousseff approva una "medida provisoria", noi
lo chiamiamo decreto legge. La nuova legge, pur risparmiando i
piccoli agricoltori, pone regole severe per le App (aree di
protezione permanente) e soprattutto per la "reserva legal", ossia
chi ha le proprietà agricole in Amazzonia ne potrà coltivare solo
il 20%, negli stati vicini, il Cerrado, solo il 75% e l'80% negli
altri stati. Le parti non coltivate dovranno rimanere intatte con
la loro fauna e flora originarie. Dilma sembra essere riuscita a
trovare soluzioni che, pur non accontentando pienamente le due
parti in campo, ambientalisti e "ruralisti", offre soluzioni
credibili e sostenibili.
Dilma esce anche bene da una questione lunga e spinosa. Tutti i
paesi che hanno avuto dittature negli anni '60 e '70 hanno punito
gli autori delle violazioni dei diritti umani. Il Brasile no. Dopo
lunghe discussioni, sei mesi fa è stata approvata una legge che
istituisce una "Commissione della verità", che in due anni dovrà
dare un quadro delle violazioni dei diritti umani dal 1946 al 1988
e Dilma riesce a superare anche lo scoglio della composizione dei
sette membri della Commissione.
La Rousseff mostra così una notevole dose di talento politico,
ma questa sua capacità non basta a frenare gli scandali di
corruzione e i loro sviluppi che rischiano di creare tensioni molto
pericolose. A fine aprile il parlamento crea una commissione
d'inchiesta (Cpi) per indagare sui rapporti tra Carlinhos
Cachoeira, sospettato di essere a capo del gioco illegale nello
stato del Goias, e il senatore Demostenes Torres (opposizione) e il
mondo della politica. Si dice che la Cpi sia stata fortemente
voluta da Lula al fine di offuscare l'altro grande processo in
arrivo. Infatti, dopo sette anni, il Supremo Tribunale Federale
(Stf) dovrà giudicare il "mensalao". Si tratta del più grande
scandalo della storia recente del Brasile, ben 34 imputati, tra cui
alcuni massimi dirigenti del Pt, come Jose Dircevo e Delubio
Soares, vengono accusati di aver montato una rete che mensilmente
(ecco perché il termine "mensalao") pagava i deputati per approvare
le leggi di Lula che non aveva la maggioranza in parlamento. Ma,
come diceva un vecchio parlamentare, le Cpi si sa dove cominciano
ma non dove finiscono, infatti la Cpi mette a nudo un mondo di
corruzione che colpisce persone e stati sia dell'opposizione che
della maggioranza di governo.
Se non bastasse, l'ultimo numero di maggio della rivista Veja
accusa Lula di aver fatto pressioni sul giudice del Stf Gilberto
Mendes per far rinviare il processo del mensalao. I giorni
successivi vedono una marea di dichiarazioni che accendono sempre
di più il clima politico. La presidente Dilma impone il silenzio ai
suoi, nel tentativo di rimanere lontana dalle polemiche. Lula va in
una popolare trasmissione per contrattaccare e coglie anche
l'occasione per presentare il candidato alla carica di sindaco di
San Paolo. Non si capisce se per minacciare gli avversari o per
rincuorare i propri sostenitori, Lula dice che, se la Rousseff non
si candiderà nel 2014, lo farà lui per non far tornare i "tucano"
(il partito dell'opposizione di Serra) al governo del paese.
Il 6 di giugno il Stf ha fissato l'inizio del processo del
"mensalao" per il primo di agosto, in piena campagna
elettorale.