08 giugno 2012ESTERI
Li Wangyang, dissidente cinese dai tempi della protesta di
Tienanmen, si è suicidato o è stato suicidato? È morto impiccato
nell'ospedale di Shaoyang, mentre era in custodia. Dunque sotto gli
occhi dei suoi carcerieri. La sua famiglia aveva potuto visitarlo
appena il giorno prima. E ha dichiarato, agli intervistatori di
Radio Free Asia, che Li Wangyang stava bene. Il giorno dopo, alle 6
del mattino, gli stessi familiari hanno ricevuto la ferale notizia,
ma non hanno potuto vedere il corpo. La tesi ufficiale parla di
"suicidio".
La tempistica dell'accaduto è molto sospetta: il suicidio (o
omicidio?) avviene infatti nel bel mezzo di un'ondata di
repressione in tutta la Cina, scatenata per impedire le
celebrazioni del 23mo anniversario di Tienanmen. Li Wangyang era un
testimone diretto di quel massacro. Era una sorta di Lech Walesa
cinese, un sindacalista indipendente che nel 1989 guidò la protesta
dei lavoratori a Shaoyang. Per questo, dopo la repressione dei moti
democratici, fu condannato a 13 anni di carcere per "attività
controrivoluzionaria". In carcere è stato torturato. Ha perso la
vista ed era ridotto in uno stato di semi-paralisi. Scarcerato per
motivi medici nel 2000, era stato condannato, subito dopo, ad altri
10 anni di carcere per "incitazione alla sovversione". In teoria,
nel 2012 avrebbe dovuto già essere un uomo libero. Ma la polizia
aveva evidentemente il timore che quest'uomo cieco e quasi del
tutto paralizzato costituisse ancora un pericolo per l'ordine
pubblico. E così, in occasione del 23mo anniversario di Tienanmen,
le autorità lo avevano posto sotto sorveglianza, 24 ore su 24.
Finché non si è suicidato (o non è stato suicidato) nell'ospedale
in cui era ricoverato in libertà vigilata. «Abbiamo parlato un
poco, anche se non stava bene di salute - ha detto di lui il suo
amico Zhou Chengzi, subito dopo la notizia della sua morte - Doveva
essere ricoverato ma era ottimista. Non penso che sia un suicidio
perché lui era quel tipo d'uomo che non si ucciderebbe mai, nemmeno
con un coltello puntato al collo».
L'attivista per i diritti umani Zhou Zhirong è convinto che si
tratti di un omicidio della polizia. «Ci sono stati una serie di
casi in Cina di persone che "sono state suicidate". Li era
illegalmente detenuto nel momento in cui è stato ricoverato. Lo
tenevano in custodia perché temevano che altri attivisti
democratici potessero fargli visita, in occasione dell'anniversario
di Tienanmen. Niente di tutto ciò è legale».