Dalle urne esce un Egitto prigioniero

di Stefano Magni

26 maggio 2012ESTERI

 

I risultati provvisori di questo primo turno delle elezioni presidenziali egiziane, confermano i timori della viglia. La lotta è esattamente fra un vecchio uomo di regime, Ahmed Shafiq, e il leader dei Fratelli Musulmani, Mohammed Morsi. Se i risultati non verranno ribaltati nel riconteggio (i definitivi saranno divulgati solo il prossimo 29 maggio) assisteremo a un vantaggio di Morsi, che ha conquistato il 26% dei voti, seguito da vicino dall'ex ultimo premier di Mubarak, con il 24%. A meno che non subentri anche il terzo uomo, finora dato per perdente: il nasseriano nazionalista Hamdin Sabahi, il candidato che vorrebbe dichiarare guerra a Israele. I risultati provvisori sono una doccia fredda per tutti i candidati più indipendenti, dati erroneamente in vantaggio dagli osservatori internazionali. Può essere la fine della carriera di Amr Moussa, ex ministro degli Esteri di Mubarak negli anni '90, ma noto in tutto il mondo quale segretario generale della Lega Araba. Dato per favorito, alcuni dei suoi collaboratori già lo chiamavano "signor presidente". La sua proposta politica moderata, di dialogo con Israele e riforme nell'Egitto post-Mubarak, non è stata premiata dall'elettorato. Anche l'altro indipendente, il medico Abdel Moneim Aboul Fotouh, che si atteggiava a liberale ma raccoglieva i consensi degli estremisti salafiti di Al Nour, è finito nella lista dei perdenti. Probabilmente il suo messaggio è risultato eccessivamente ambiguo anche per gli egiziani: radicale per i moderati e fin troppo liberale per i salafiti.

Alla fine sono stati selezionati i "duri e puri" di ogni schieramento. Mohammed Morsi è il leader di Libertà e Giustizia, il partito espressione della Fratellanza Musulmana. Ha dovuto rimpiazzare all'ultimo momento il candidato prescelto dal suo partito, il milionario Khairat Shater. E si pensava che questa sostituzione in corsa avesse compromesso le sue possibilità di vittoria. Errore. La Fratellanza Musulmana è potente in qualsiasi circostanza. Ha una grande capacità di mobilitazione. Quel 26%, che potrebbe salire o addirittura raddoppiare nel secondo turno, è una conferma del successo ottenuto da Libertà e Giustizia nelle elezioni parlamentari. Ed è la dimostrazione che almeno un terzo dell'Egitto vuole un fondamentalista islamico dichiarato alla guida del Paese. Con tutto ciò che ne consegue: legge coranica, strappo con Israele, chiusura nei confronti delle influenze occidentali. E intolleranza religiosa, come teme la minoranza dei copti.

Il suo avversario più papabile, Ahmed Shafiq, non può neppure atteggiarsi a "indipendente" come il suo ex collega Amr Moussa: è un uomo del regime di Mubarak, è stato comandante in capo dell'aeronautica militare (la stessa arma dell'ex dittatore) e poi ha ricoperto la carica di primo ministro fino alla caduta del regime. Era tanto compromesso con il vecchio ordine da essere scartato dalla lista dei candidati. Era stato reinserito solo all'ultimo minuto. La sua affermazione elettorale è un messaggio chiaro: gli egiziani che temono la Fratellanza Musulmana, rivogliono il vecchio regime.

Quanto al terzo uomo, Hamdin Sabahi, è difficile che possa essere ripescato per il ballottaggio. Ma anche il suo successo è significativo: è votato da quei laici che vogliono la guerra con Israele.