Secondo anno della resistenza ucraina

venerdì 1 marzo 2024


Sul vero pacifismo (la lezione di Gandhi) e sul dovere di aiutare gli ucraini

Il 24 febbraio sono due anni dall’inizio della guerra e gli Ucraini contano i morti. Le vittime civili sono almeno trentamila, mentre rimane sconosciuto il numero di caduti al fronte, stimati tra venticinquemila e settantamila. Al peggio, centomila morti che non sarebbero morti se la Russia di Vladimir Putin non avesse aggredito e invaso l’Ucraina, violandone i confini una seconda volta dopo l’impossessamento della Crimea. E ciò, tra l’altro, infrangendo proditoriamente gli impegni contratti nella Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, il cui Atto finale, sottoscritto a Helsinki nel 1975, contiene la “Dichiarazione sui principi che guidano le relazioni tra gli stati partecipanti”, il cosiddetto “decalogo”. È indispensabile elencare tali principi affinché gli smemorati si rendano conto che la Russia di Putin, aggredendo l’Ucraina, non ne ha violati soltanto uno o due, bensì l’intero decalogo. Non era mai accaduto prima.

Anche semplicemente scorrendoli, i dieci principi fanno capire a chi vuol capire l’enormità morale, giuridica, politica della guerra di Putin all’Ucraina, guerra che non si spiega se non nell’ottica di operazione bellica prodromica: la nazione aggredita era considerata dall’aggressore un facile boccone perché isolata e debole, e perciò utile a saggiare la volontà e la capacità di resistenza delle limitrofe nazioni ex sovietiche e dell’Occidente tutto. Ecco il decalogo: 1) Eguaglianza sovrana, rispetto dei diritti inerenti alla sovranità; 2) Non ricorso alla minaccia o all’uso della forza; 3) Inviolabilità delle frontiere; 4) Integrità territoriale degli Stati; 5) Risoluzione pacifica delle controversie; 6) Non intervento negli affari interni; 7) Rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, inclusa la libertà di pensiero, coscienza, religione o credo; 8) Eguaglianza dei diritti ed autodeterminazione dei popoli; 9) Cooperazione fra gli Stati; 10) Adempimento in buona fede degli obblighi di diritto internazionale.

Putin avrebbe voluto conquistare Kiev e catturare il presidente Volodymyr Zelensky per deportarlo a Mosca come trofeo di guerra destinato a fare la fine di Alexei Navalny. Non ha potuto. Gli Ucraini hanno opposto l’eroica resistenza dell’intero popolo, da ammirare per l’indomito coraggio e lo spirito di sacrificio, sia dei militari, sia dei civili. Non sarebbe bastata la determinazione a resistere. Non sarebbe bastata senza gli aiuti del mondo libero, delle nazioni che erano già alleate nella Nato e che lo sono diventate pressoché immediatamente per il terrore di cadere sotto il tallone russo. È straordinariamente significativo che le nazioni sovietizzate e/o confinanti con la Russia sono state le più sollecite tanto nell’aderire alla Nato quanto nell’aiutare gli Ucraini, anche accogliendone i profughi. Non dice niente ai pacifisti nostrani? Con che faccia ripetono “pace, pace” mentre i Russi costringono manu militari gli Ucraini a combattere e morire per conquistarsela? Non provano vergogna a pretendere la pace dagli Ucraini a cui è stata tolta anziché dai Russi che gliel’hanno tolta?

Gli Europei, assuefatti alla quieta convivenza civile e alla tranquilla libertà goduta in pace, lungo settantanove anni, sembrano diventati incapaci anche di concepire soltanto che una nazione impugni le armi per respingere l’aggressione dello straniero; sembrano aver dimenticato il diritto risalente all’origine della civiltà giuridica secondo cui vim vi repellere licet: è lecito respingere la violenza con la violenza. La legittima difesa e il diritto di resistenza sono “superati” qui in Europa dove nacquero e furono codificati dai giureconsulti romani? Le nazioni libere non devono accettare una pace che non è pace, ma è una resa che sancisce lo status quo imposto da una guerra ingiusta. Quando pace volesse solo dire sopravvivere alla mercé altrui, la stessa semplice vita non sarebbe più sicura da nessuna parte. Gli Ucraini lo sanno fin troppo bene e si comportano di conseguenza. Non ci hanno chiesto né ci stanno chiedendo di affiancarli in guerra sulla loro terra, sui campi di battaglia nella loro patria. No! Nello stridore del conflitto, angosciati, ci chiedono armi e munizioni per combattere, resistere e vincere, confidando nella loro forza e risoluti a riuscirci. Versano il loro sangue, non pretendono che versiamo il nostro. Eppure, i nostri pacifisti vorrebbero farci credere che dando loro armi e munizioni fomentiamo la guerra mentre, negandogliele, favoriremmo la pace “nel loro stesso interesse”. Dunque, i pacifisti nostrani sono presuntuosi e sfrontati a tal punto da comprendere il reale interesse degli Ucraini meglio degli Ucraini stessi?

Gli spiriti umanitari e le anime tenere, che manifestano per la pace, sono una forza morale quando protetti dalle Costituzioni delle società libere. Nel contesto statale del mondo libero, pacifismo e disarmo possono rappresentare una politica. Fuori, nell’arido campo delle relazioni internazionali, sono poca cosa o una stravaganza. L’amletismo politico è connaturato alle democrazie occidentali, ma decisione e fermezza debbono alla fine prevalere. Non c’è ragionamento, per quanto sottile e ben sviluppato, in grado di convincere chi pretende di aver già tutte le ragioni prima di discutere. Con individui simili, persone private o governanti stranieri, bisogna passare dalle parole ai fatti. Il linguaggio della forza è un linguaggio che Putin capisce molto bene.

Negli anni Ottanta, al culmine del confronto tra mondo libero e mondo comunista nella Guerra fredda, tutti udimmo nelle piazze e leggemmo sui media l’ardito slogan di certo pacifismo ingenuo o politicamente orientato, “meglio rossi che morti”, che invitava a consegnarsi schiavi all’influenza e alla prepotenza sovietica. Chi considera la cooperazione come la sorgente della vita sociale, il pacifismo non può considerarlo affatto amorale e stupido. Ma non può neppure ammettersi che la dottrina e i partiti che propugnano la pacificazione si corrompano in una politica dell’olocausto, la quale contempli il sacrificio supremo per dedizione totale all’irenismo assoluto. Gandhi, l’individuo tanto spesso invocato a sproposito dai pacifisti più ignoranti, il simbolo universale della non-violenza, ha respinto senza mezzi termini ogni degenerazione irenistica e giudicato la pace un’elevazione spirituale del coraggio. Testimoniando che “la non-collaborazione con il male è un dovere al pari della collaborazione con il bene”, precisò questo concetto nel modo più chiaro possibile: “Credo fermamente che, laddove non ci sia da scegliere che tra codardia e violenza, si debba consigliare la violenza. Perciò, quando il mio figlio maggiore mi chiese come si sarebbe dovuto comportare qualora fosse stato presente allorché io, nel 1908, venni aggredito e ridotto quasi in fin di vita (scappar via e lasciare che mi ammazzassero oppure seguire il suo istinto e usar la propria forza fisica per difendermi), io gli risposi che sarebbe stato suo dovere difendermi, anche a costo di usare la violenza”. Possiamo assimilare l’Ucraina a Gandhi, Putin al suo aggressore, i pacifisti al figlio di Gandhi e trarre dalla similitudine la regola inoppugnabile per l’oggi: anche gl’irenisti hanno il dovere morale di difendere e salvare l’Ucraina, viepiù perché non rischiano nulla in prima persona.

Esiste ancora un altro fattore fondamentale che inficia irreparabilmente la posizione “neutralista” dei pacifisti: la coerenza. Praticano davvero ciò che predicano? La risposta è no. Predicano la pace ma praticano un’equidistanza tra belligeranti oggettivamente diseguale. Se chiedono soltanto al debole di sospendere le ostilità contro il forte disobbediscono al dovere di “non-collaborazione con il male” e dimostrano tutta la loro incoerenza.


di Pietro Di Muccio de Quattro