Il centro del centro che non c’è

lunedì 7 febbraio 2022


La questione è seria: come potrà essere governata l’Italia dalla primavera del 2023 e per i successivi cinque anni? Da chi, da quali partiti, da quale classe dirigente? E poi, con quali progetti, con quali modelli di sviluppo? La scomposizione in atto dei tradizionali schieramenti, le liti fratricide nei partiti, la corsa o la rincorsa al centro, testimoniano non solo una turbolenza politica da guerre stellari, come ha ben scritto il direttore Andrea Mancia all’indomani dell’elezione del Capo dello Stato, ma anche e direi soprattutto una mancanza progettuale disarmante.

Limitiamoci per ora a guardare al centro. Personalmente ho sempre ritenuto che il centro sia un’entità politica importante per il buon funzionamento della politica stessa e della democrazia. Non dico che sia essenziale, se lo facessi sarei facilmente smentito con esempi di altri Paesi bensì democratici ma nei quali quest’area non ha rappresentanza in partiti specifici. Dico, più semplicemente, che è importante e che lo è soprattutto in Italia. È la sua storia politica, sociale, economica ed anche religiosa a richiederlo. Ancora vive, infatti, sono le tracce valoriali del popolarismo e del moderatismo d’ispirazione cristiana, del liberalismo e della cultura riformatrice.

Certo, il sentiment non è più quello di trent’anni fa, la cultura politica non si fonda più sulla contrapposizione tra Est sovietico e dittatoriale e Ovest atlantista e democratico, non ha più riferimenti intellettuali solidi. Perfino la Chiesa non è più la stessa: quella di Francesco non è la Chiesa di Pio XII o di Paolo VI.

Ciò nonostante, chi si intestasse la rappresentanza partitica dei riformatori moderati, liberali e d’ispirazione cristiana, potrebbe contare su un amplissimo bacino elettorale e arrivare a primeggiare tra le forze parlamentari. Così almeno assicurano sondaggisti e sociologi. E la ragione sta, proprio, nelle radici di cui si è detto e in un modello culturale e di sviluppo ancora fortemente presente nelle pieghe della società che attende di essere raccolto e orientato.

Qui, però, casca l’asino. A questo scenario si contrappongono veti e contro-veti, protagonismi e contro-protagonismi, contenitori vecchi e nuovi in irriducibile concorrenza fra loro. Insomma, un caleidoscopio dai mille colori, inafferrabile e indecifrabile per la maggioranza degli elettori. Già, perché in democrazia la politica si fa con i voti e i voti si raccolgono se la proposta politica è quantomeno chiara, comprensibile e credibile. Tutto questo, a oggi, non c’è.

È recuperabile il tempo perduto? Sì, lo è, ma a condizione che si trovi il coraggio di abbandonare vecchi modelli e fondare finalmente un partito unitario e nuovo che sappia superare protagonismi personali e concorrenze. A condizione che si sappia riportare all’attenzione dell’elettorato programmi seri, ragionati, di prospettiva, che si presentino con chiarezza i campi di appartenenza, si segnino distinzioni nette rispetto ad altre aree politiche, si propongano una classe dirigente competente e anche qualche volto nuovo.

Le proposte in circolazione sono poco più che minestre riscaldate, dei déjà vu o a tutto concedere degli escamotage formalistici per mantenere inalterato l’esistente. Così mi sembra di poter dire per l’idea federativa tra Italia Viva di Matteo Renzi e Coraggio Italia, nella parte riconducibile a Giovanni Toti. Così per l’altro progetto federativo fra Azione di Carlo Calenda e Più Europa di Benedetto Della Vedova; e così anche per il progetto dei popolari che dovrebbe fare capo a Forza Italia, con Silvio Berlusconi alla testa delle truppe, insieme a Noi con l’Italia di Maurizio Lupi all’Unione dei Democratici cristiani e di Centro di Lorenzo Cesa, e forse a qualche esponente di Coraggio Italia vicino a Luigi Brugnaro, restìo, pare, a seguire il progetto renziano.

Ora, domandiamoci seriamente: è questo quel che si aspetta l’elettorato riformatore, moderato e liberale? È credibile che da una simile babele possa uscire una proposta convincente?

Mai come in questo caso l’assenza di una risposta è più che una risposta, per usare le parole di Paulo Coelho.


di Alessandro Giovannini