Conte e i decreti che non si capiscono ma che si inseguono

Va bene che c’è l’urgenza e va bene che ci sono le Regioni, a cominciare dalla Lombardia, ma si sta assistendo ad una corsa al decreto che, nel caso di Giuseppe Conte, sta assumendo un significato per dir così politico, forse (anche senza forse) per la lunghissima quarantena in cui è la politica è stata ficcata. E già da prima del Conte uno e due, come ben sappiamo.

Chi si fosse trovato, in piena notte, all’ascolto e al video dello speech contiano a proposito del suo quarto decreto, ne avrebbe innanzitutto rilevato non solo l’assenza del medesimo decreto ma l’impostazione mediatica tipica dell’assunto che va per la maggiore: del medium vale il messaggio. Con tanto di Faceboock, ovviamente.

Il che non poteva e non può non sottolineare di nuovo non tanto il sospetto quanto la certezza che la ricerca della visibilità viene prima, molto prima, per il Premier rispetto alla istituzionalità, alla intrinseca portata politica di qualsiasi suo annuncio, tanto più se lo speech in merito ad un decreto, peraltro assente, viene a cadere nella drammaticità di un momento come l’attuale.

Sullo sfondo di questo ripetitivo intervento va notata, per l’ennesima volta, l’assenza di un Parlamento escluso colpevolmente da simili decisioni il che, al di là delle proteste delle opposizioni e non solo, si sta tramutando in un boomerang per lo stesso Conte, del quale appare sempre più evidente una solitudine, confusa per splendido isolamento, quando, invece, si tratta di un solipsismo pericoloso sia personalmente ma soprattutto per la capacità funzionale dello stesso Esecutivo inteso come aggregato di una maggioranza degna di questo nome.

I decreti, come ricordano non pochi osservatori, prima si scrivono, poi si sottopongono al voto del Governo e poi si trasmettono alla Gazzetta Ufficiale, poi li si annuncia e li si legge anche su Facebook (in nome della modernità), ma il cammino inverso, sia pure ottenendo una audience ragguardevole data l’ora, finisce col rivelare una doppia colpa: l’incertezza dovuta all’incompletezza e alle carenze di individuazioni e proposte settoriali, sia la mancanza di un coordinamento con una Regione come la Lombardia costretta infine a protestare per un metodo che sta conducendo ad una confusione non poco pericolosa.

Le proteste di Confindustria – che ha posto in evidenza quanto sia pronubo di disastri economici l’ipotesi affacciata dal chiudere tutto o quasi ignorando, da parte di Conte, che una scelta del genere produce una perdita di 100 miliardi di euro al mese – ha anche mostrato quanto le immediate sollevazioni dei sindacati rivelino la leggerezza governativa a proposito dei rischi della nostra industria sia oggi ma, soprattutto, domani. A meno che si stiano gettando le basi per una sorta di irizzazione prossima ventura destinata a porci fuori sia dall’Unione europea che, specialmente, dalle dinamiche economiche e sociali occidentali, magari nell’infatuazione di quel modello cinese che viene quotidianamente messo in bella mostra da un ministro come Luigi Di Maio, al di là degli aiuti certamente utili di cui non possiamo non essere grati.

Il tutto richiama ancora una volta la debolezza non solo e non tanto di un Premier che si accontenta degli indici d’ascolto, quanto di un Esecutivo il cui peccato originale di essere minoranza nel Paese, e che invece di dare concreto ascolto e partecipazione a chi gliene offre l’occasione in una fase così grave, fa le orecchie da mercante. A rischio di tutti.