Luigi Di Maio: il ragazzo che si fece statista

Nel mondo alla rovescia accade che si lascino per strada notizie importanti mentre si prendano sul serio assolute amenità. Non succede solo agli altri, anche noi non ne siamo immuni.

Ieri hanno tenuto banco sui media: la decisione dei vertici dell’Arcelor Mittal, titolare dell’acciaieria di Taranto, di gettare la spugna e rinunciare a investire nella nostra siderurgia; il Rapporto Svimez 2019 sull’economia e la società del Mezzogiorno che certifica la fuga continua dei giovani dal Sud, il crollo degli investimenti, la contrazione del primario e del secondario, la caduta di qualità dei servizi pubblici, l’impatto pressoché nullo del reddito di cittadinanza sul piano occupazionale; la guerra continua all’interno della maggioranza di governo sul tema della Legge di Bilancio; i continui distinguo di Matteo Renzi dal governo che sostiene.

Eppure, non abbiamo potuto fare a meno di soffermarci su una dichiarazione resa da Luigi Di Maio dalla Cina, dove si è recato per partecipare alla fiera internazionale China International Import Expo di Shanghai. A proposito della polemica sull’introduzione in Finanziaria della tassa sulla plastica prodotta, il ministro degli Esteri grillino ha difeso la scelta del titolare dell’Economia, preannunciando uno scontro al calor bianco con il partner di maggioranza, “Italia Viva” di Matteo Renzi, che quella tassa non la vuole giudicandola un danno per un comparto trainante del nostro sistema industriale. Per Di Maio, invece, la tassa avrebbe una funzione pedagogica: “Da una parte tassi i prodotti più inquinanti, e con quei soldi aiuti le aziende per la riconversione”. È una posizione semplicistica, che non tiene conto dell’impossibilità a ragionare su ipotetiche riconversioni in assenza di un piano industriale del Paese, condiviso dagli attori economici e spinto con robusti incentivi dal Governo.

Di Maio non è il primo politico, e non sarà l’ultimo, che cade nella trappola del presunto automatismo tra aumento della tassazione e crescita delle entrate dello Stato. In passato, non ha funzionato con i rincari della benzina e neppure con quelli delle sigarette. Il maggior costo per effetto dell’aumento della tassazione comporta soltanto minore consumo. Sarà così anche con la plastica. Più costeranno i prodotti imballati o confezionati con i materiali colpiti dalla maggiore tassazione, meno saranno comprati dai consumatori. Con il bel risultato di mandare in crisi l’ennesimo comparto produttivo e, a caduta, provocare contraccolpi sui livelli occupazionali oggi garantiti dalle aziende nostrane che nel settore del packaging sono ai primi posti in Europa. Si potrà anche stare meglio un domani con meno plastica, ma se nel frattempo si ammazzano le imprese e il lavoro, chi resterà a godersi in un imprecisato futuro i vantaggi di aver ridotto la plastica? Basterebbe questo per concludere di essere in presenza del solito, pernicioso pressapochismo grillino.

I Cinque Stelle contano di cavalcare l’onda del tema trendy per riscuotere consensi. L’infantilismo politico grillino, segnato dalla mancanza di approfondimento dei dossier, sconcerta. Cionondimeno, Luigi Di Maio riesce ad andare oltre, ad alzare l’asticella con un’affermazione che spiazza. Ai giornalisti che lo incalzano sulla questione della “Plastic tax”, il ministro degli Esteri risponde: “I politici guardano alle prossime elezioni, gli statisti alle prossime generazioni”. Incredibile! L’ha detto davvero. La frase non è di suo conio, l’ha presa a prestito dagli aforismi di un certo Alcide De Gasperi, lui sì uno straordinario statista che aiutò un’Italia distrutta dalla guerra e azzerata nel morale a rimettersi in piedi. Ma sulla bocca del giovane Di Maio non fa il medesimo effetto. Piuttosto, vista la provenienza geografica del leader grillino, la battuta rimanda ad un’altra, anch’essa celebre, pronunciata da Totò: “Signori si nasce e io, modestamente, lo nacqui”. Luigi Di Maio si dà dello statista. Se non è uno scherzo è un affare serio. D’accordo l’autoincensarsi, ma a tutto c’è un limite. E Di Maio, per quanto su di giri per il viaggio in Cina da ministro degli Esteri, non può ignorarlo.

L’improvvida uscita chiama in causa l’attitudine a svolgere compiti di politica e amministrativi di una persona comune. Il discorso non può non coinvolgere il lato negativo, e deprecabile, della società dell’immagine alla quale questo tempo storico ci ha consegnato. In un mondo che va avanti a colpi di tweet e di selfie la preparazione specifica in quella che una volta veniva classificata arte del governo non è più richiesta. Non serve a nulla sapere di storia, di funzionamento delle istituzioni, di geopolitica o banalmente di geografia. Si può spostare il golpe di Augusto Pinochet dal Cile di Salvador Allende al Venezuela, si può storpiare il nome del capo supremo cinese Xi Jinping in un sintetico “Ping”, si può perdere la battaglia dei congiuntivi, nondimeno proclamarsi “statista”. Siamo noi fuori tempo, relitti di un’epoca estinta oppure è questa nuova leva di ragazzotti ignoranti e sfrontati che ha la faccia tosta di prendersi meriti e competenze che non possiede? Il quesito non è peregrino perché attiene alla qualità complessiva della classe di governo del nostro Paese. Il rischio che proviene dall’uscita improvvida di Luigi Di Maio è che l’alternativa all’impostura siano i cosiddetti “tecnici”, cioè un esercito di mezze cartucce pescate da sbiaditi atenei sparsi per l’Italia o in lontani Paesi esotici.

Molto di negativo della Prima Repubblica si può dire, ma bisogna ammettere che la sua classe dirigente era mediamente ben preparata. Aveva gli strumenti per comprendere e perseguire, a seconda dei propri orientamenti ideologici, l’interesse delle classi o dei gruppi sociali rappresentati. C’era la formazione politica e i militanti, per diventare quadri, frequentavano periodicamente le scuole di partito. Poi lo tsumani Tangentopoli ha spazzato via tutto, il bambino e l’acqua sporca. E adesso chi abbiamo? Difficile rispondere. Probabilmente la Lega può marcare la differenza per il fatto che ha costruito la sua classe dirigente a partire dalle esperienze di governo dei territori. Perché la destra plurale vince facile nelle elezioni locali e regionali? Di certo fa aggio il carisma di Matteo Salvini, le sue idee chiare e nette sulle questioni che stanno a cuore agli italiani, ma la prima causa di adesione dell’elettorato è la speranza di vedere replicato nelle proprie realtà locali il buon governo delle regioni del Nord, che la Lega guida da molti anni. Qualcosa in tema di formazione dei quadri di partito comincia a farlo Fratelli d’Italia grazie al contributo di alcuni think-tank conservatori di assoluta eccellenza, mentre sulle modalità di reclutamento della classe dirigente di Forza Italia è preferibile stendere un velo pietoso nella speranza che il vecchio leone di Arcore, in procinto di partire per la nuova avventura dell’”Altra Italia” scelga su migliori standard i nuovi compagni di viaggio.

Caro Di Maio spiace deluderla, lei non è Alcide De Gasperi e non è uno statista. Neppure di plastica.