Torniamo ad essere italiani

Forse non si può dire. Ma sarà bene dirlo: tutti incoronano re di questa crisi Matteo Renzi, e tatticamente è giusto. Ma di tattica questo Paese sta morendo da tempo, e con esso la sua classe dirigente. Piuttosto andrebbe ricordato come molti osservatori - interni ed esterni al Pd - temessero una svolta grillina in caso di vittoria alle primarie di Nicola Zingaretti. Cosa puntualmente avvenuta. Altri, e parliamo di sindacato, dicevano che nel confronto per la segreteria generale della Cgil si stavano scontrando due anime opposte: quella di “apparato” (così sostenevano), legata al tradizionale modello di sinistra o centrosinistra, impersonata da Vincenzo Colla, e quella movimentista poi vincitrice di strettissima misura di Maurizio Landini che - si sussurrava - avrebbe trasformato la più grande organizzazione dei lavoratori in Italia in una cinghia di trasmissione tra il mondo produttivo e il M5s. Nei giorni scorsi, il “fate presto” di Landini per benedire il governo giallo-rosso non si è fatto attendere.

E allora forse non si può dire nemmeno questo, ma sarà il caso di dirlo. Da una parte c’è il sovranismo di Lega e Fdi, e questo è chiaro a tutti. Dall’altra una saldatura non così imprevedibile tra populisti e socialisti: chiamiamo le cose con il loro nome. Agglomerati politici a tinte forti. Capaci di crescere rapidamente nei consensi e altrettanto rapidamente crollare, lo si è visto bene in questi anni. In mezzo dovrebbe starci quella trita, odiata, insultata, strumentalizzata “maggioranza silenziosa” di persone che avrebbero bisogno solamente di meno problemi dalla macchina pubblica per potersi rimboccare le maniche, per perseguire onestamente il sogno di progresso economico e sociale delle loro famiglie e delle loro comunità. Persone spesso stanche di sentire gli strepiti che escono dal Palazzo, anche attraverso i social network.

A queste persone si sono rivolti in pochi, di recente. Lo ha fatto Carlo Calenda, lasciando il Pd. Lo ha fatto Silvio Berlusconi, tratteggiando un centro politico (che lui chiama ancora, per ragioni di copyright, “centrodestra”) che sia atlantista, europeista, garantista, liberale. Non lo ha fatto, non abbastanza almeno e invece avrebbe potuto, Emma Bonino, perché si è limitata a dire che il nuovo governo andrà giudicato da squadra e programmi, quando invece dai contraenti il patto molto si potrebbe già desumere e di conseguenza molto si potrebbe già dire. E questo è il guaio di +Europa: aver messo in mano un “brand” tanto serio e necessario ai radicali, che nel morire di tattica sono gli indiscussi maestri.

Il punto è comunque che a questo Paese servirà presto un'alternativa moderata, una forza tranquilla (per citare Mitterrand) capace di dare risposte ai cittadini anziché ansie, di non dividere l'Italia in buoni e cattivi e di dare una visione del Paese (e del suo stare nel mondo) credibile e sostenibile in termini economici e geopolitici, ma soprattutto umani. Eravamo famosi per essere quelli capaci di affrontare anche le sventure peggiori con un sorriso. Sarà il caso di tornare ad essere italiani, insomma, e non un popolo di arrabbiati qualunque.