Governo: ma cos’è questa crisi?

Certe volte è meglio buttarla nelle canzonette questa crisi, ma non solo. Come si cantava negli anni Trenta, il famoso “ma cos’è questa crisi” spiega il tutto e il niente di questa maggioranza.

Nulla di straordinario, intendiamoci. Ne abbiamo viste, come si dice, di tutti i colori. Il fatto è, tuttavia, che nessuno o quasi governo era stato annunciato come un evento storico, una svolta fondamentale, una futura realtà cantata con epica solennità da versi salmodianti in attesa di imminenti, quasi già fatte, grandi, grandissime riforme, rimaste comunque allo stadio di parole, parole, parole. Media facilitanti e supportanti l’uso e l’abuso di Twitter, ecc. ecc..

Non solo, ma quelli del Movimento 5 Stelle erano il parto parlamentare e quindi, grazie a Salvini, un frutto, per di più copioso, entrati direttamente nel governo della settima potenza nel mondo. Risultato di una campagna di Grillo da anni devastante, urlata, volgare e intimidatoria minacciante fuoco e fiamme agli altri in nome e per conto di una questione morale pro domo sua, ovvero gridata e minacciata sposando i resti di quello che fu il manipulitismo.

La trovata in un certo senso geniale di Matteo Salvini fu proprio quella di sollecitare e vellicare le tacite ma pur esistenti ambizioni di giovanotti del tutto inesperti benché entusiasti, capeggiati da Luigi Di Maio, componendo una squadra a due basata bensì su un vero e proprio contratto ma sospinta da una sete e fame immarcescibili di potere.

A non pochi era sfuggito un tradimento (politico) salviniano nei confronti di un Silvio Berlusconi non al meglio delle sue intuizioni e capacità ma, al contrario, come distratto se non addirittura spento, con un occhio (quello di Salvini) più predatorio che mai nei confronti dell’elettorato forzaitaliota ricercando e ottenendo l’alleanza con l’amica più a destra ma, al tempo stesso, coltivando sia l’amicizia non disinteressata di Vladimir Putin sia un antieuropeismo di fondo che, per un vicepresidente del Consiglio, è l’esatto contrario del politicamente corretto e, a ben vedere, della storica politica estera di un’Italia che ha certamente i suoi obblighi con l’Ue ma anche, se non di più i ritorni positivi, i vantaggi.

E siamo arrivati al voto sulla Tav che, meglio di altri interventi, emblematizza quella Europa unita e non a caso, l’anti-Tav era il cavallo di battaglia degli urlatori grillini, e ora rimasti coerenti nel Governo e in Parlamento votando contro, aprendo di fatto una crisi che quasi comicamente ritengono inutile indicando nel Parlamento il responsabile del no, e non il Governo che è figlio di questo Parlamento.

Che fare, si chiede in queste ore Salvini che sapeva dall’inizio se non il finale dell’accaduto parlamentare, le eventuali conseguenze, smettendo, ma forse per poco, i suoi tour estivi fra leghisti da spiaggia al Papeete Beach fra tatuaggi, sere in discoteca e mojito a go-go, mettendo il silenziatore al twitteraggio ad horas e pensando come uscirne usando comunque la tecnica di sempre, una minaccia e poi un prudente rientro, un richiamo ultimativo all’alleato, con tanto di apparizioni televisive ora comizianti in maniche di camicia fra cori esultanti di aficionados, ora sullo sfondo di scene estive.

Con un’opposizione, se non spenta, non certamente all’altezza della situazione, il che ha agevolato, almeno fin ad ora, il Salvini di governo (poco) e di lotta (tanta) a meno che questa nuovissima svolta non porti a scelte di fondo, come le elezioni anticipate, richieste dal Partito Democratico ma anche da un redivivo Silvio Berlusconi.

Per non pochi osservatori, questa occasione d’oro dovrebbe essere colta al volo da un Matteo Salvini che è sulla cresta dell’onda e potrebbe capitalizzare i non pochi consensi subito anche perché a settembre, sua data prescelta, sarebbe tardi dovendo lui assumere la responsabilità di far saltare la Legge di bilancio, con l’obbligo per il Paese di accedere all’esercizio provvisorio.

Per altri sarebbero più probabili scelte meno drastiche, a cominciare da un rimpasto forte nella compagine governativa, pur lasciando a Palazzo Chigi l’attuale inquilino che, et pour cause, fa di tutto per gettare acqua sul fuoco essendo un non voluto simbolo di quel moderatismo-centrismo che è estraneo ai due alleati i quali, infischiandosene altamente di queste laceranti contraddizioni, hanno dato vita ad una maggioranza di due forze estreme, bruciando il poco che resta della politica,

E, per ora, tace l’inquilino del Colle.