La politica pensante che non c’è

Navigare sui social network o leggere i quotidiani di questi giorni è sconfortante. Si ha la conferma di trovarci di fronte a una politica senza pensiero, precipitata nell'abisso del populismo e della sprovvedutezza: nessuna traccia di progetti organici per il futuro del Paese, nessuna architettura, niente di niente.

La politica di palazzo, con rare eccezioni, non ha idea di dove e come sarà il Paese tra dieci o vent’anni, di dove portarlo e di cosa farlo essere. Si infila in discussioni sull'ultimo tweet di questo e quell’altro personaggio, si agita sui social a qualsiasi ora del giorno e della notte, irride le istituzioni, crea o cavalca paure, si cimenta nella scissione dell'atomo per conservare un posto al sole, ma sul tavolo non mette nessuna proposta frutto di progetti seri. Niente di lungimirante su lavoro, politiche giovanili, sociali, sanitarie, educative, industriali, su professioni, ricerca scientifica, spesa pubblica e sui tributi, sull'ordinamento giuridico e giudiziario, su infrastrutture e liberalizzazioni, sulla politica estera. Di toppe ne cuce ogni giorno anche su questi argomenti, ma tutte su tessuti sdruciti. Nessun disegno che sappia intrecciare trama e ordito per un tessuto nuovo, che è quello di cui il Paese ha davvero bisogno.

Discute, forse, di robotica, di digitale, di industria farmaceutica o alimentare, settori d’eccellenza e quindi strategici per la nostra economia? La domanda è retorica e la risposta scontata. Eppure il loro sviluppo è a tal punto essenziale da poter condizionare la vita lavorativa di intere generazioni, il portafoglio delle famiglie e le casse pubbliche. Una politica pensante dovrebbe attuare azioni non solo coerenti, ma anche propulsive: dai percorsi scolastici e universitari specifici fino alla ricerca scientifica, dal commercio internazionale a una fiscalità-pungolo, incentivante e di sostegno. E così dovrebbe fare per moltissimi altri comparti: dall'arte al turismo, dall'ambiente all'energia, dal manifatturiero ai servizi sociali del terzo settore e delle imprese sociali.

Discute, forse, del cibo o dello sport come presidi sanitari? La domanda, anche in questo caso, è retorica e la risposta scontata. Eppure anche questo è tema centrale, sia per la salute, sia per la spesa sanitaria futura. Una politica pensante dovrebbe mettere in pista una filiera di azioni tra loro collegate: dall'educazione alimentare e sportiva nelle scuole fino alla tassazione dei cibi e bevande spazzatura.

Parla di sanità e di come organizzarla nei prossimi quindici anni? Se la politica fosse avveduta, dovrebbe farlo. Dovrebbe costruire un percorso adeguato all'invecchiamento della popolazione e al fatto che tra qualche anno arriveranno a bussare alle porte degli ospedali milioni di persone nate negli anni Sessanta e Settanta, che furono i più prolifici di tutta la storia. Dove verranno sistemate quando avranno i capelli color argento? Negli scantinati, nei garage, nei teatri o dove? E chi le curerà? Con quali soldi?

Ecco, rispondere a questi interrogativi vuole o vorrebbe dire progettare organicamente il futuro del paese. Questa sarebbe una politica pensante. Il resto sono pennacchi dagli sgargianti colori buoni solo a creare l’illusione di “vivere, vivere a colori”, come canta una giovane artista in una recente e spumeggiante canzonetta.