Movimento offresi: ottime condizioni, no perditempo

L’elezione della tedesca Ursula Von der Leyen alla presidenza della Commissione europea, per gli italiani, ha rappresentato un atto di pedagogia politica. Le modalità con le quali la candidata della signora Angela Merkel a succedere a Jean-Claude Juncker è passata ieri all’Europarlamento dicono moltissimo del carattere di alcune formazioni politiche con le quali siamo costretti a fare i conti quotidianamente. I voti dei Popolari, della maggioranza dei Socialisti e dei Liberali non sarebbero bastati alla signora Ursula Von der Leyen a causa delle 75 defezioni che sono state registrate tra i componenti della coalizione. Ci sono voluti i 14 voti degli eurodeputati grillini perché la Von der Leyen raggiungesse la maggioranza assoluta. Risultato finale: 383 voti favorevoli, 327 contrari, 22 astenuti, una scheda bianca (Fonte: Agi). La Lega le ha votato contro seguendo le indicazioni del proprio gruppo. Lo stesso hanno fatto gli europarlamentari di Fratelli d’Italia, iscritti al gruppo europeo dei Conservatori che, nella circostanza, si è diviso sul da farsi.

Stando alla stringente logica dei numeri la candidata dei popolari l’ha spuntata grazie al soccorso dei Cinque Stelle, cosicché si è avverato il sogno di Luigi Di Maio di andare in Europa per essere l’ago della bilancia anche della politica continentale. Quale insegnamento dovremmo trarre da questa vicenda? Semplicemente che la scelta leghista di incastrare i pentastellati in un accordo di Governo sia stata una decisione di assoluto buon senso. Se la Lega non si fosse prestata a firmare il “contratto” di Governo con i grillini il Paese sarebbe stato riconsegnato a una sinistra minoritaria nel consenso degli italiani ma sempre in grado di tenere il potere grazie a patti raccogliticci con i voltagabbana di turno. Matteo Salvini sa benissimo che, come è successo in Europa, anche in Italia è pronto dietro l’angolo il ribaltone dell’odierna maggioranza per impedire alla destra di tornare alle urne a certificare la sua condizione maggioritaria. I grillini possono invertire la marcia in pochi istanti perché non hanno alcun ancoraggio storico, culturale, ideale, valoriale che li leghi a un campo o a una bandiera. Possono essere il bianco e immediatamente dopo il nero senza per questo scomporsi o temere di perdere la faccia. Già nella precedente legislatura europea hanno dimostrato di poter stare, senza alcun pudore, con gli accaniti euroscettici dell’Ukip e, nel contempo, chiedere di essere ammessi al gruppo dei liberali dell’Alde che sono per definizione i campioni dell’iper-europeismo. E se per gli iniziati ai misteri esoterici ciò che è in alto è in basso, ugualmente per i grillini ciò che vale in Europa funziona anche in Italia. Con qualche aiutino in più.

A favorire il doppiogiochismo pentastellato a casa nostra c’è, purtroppo, l’inquilino del Quirinale il quale sarebbe felicissimo di poter benedire la nascita di un “Conte bis” con il Partito Democratico nei panni del partner pentastellato al posto della Lega. Il presidente Mattarella coglierebbe due piccioni con una fava: Il definitivo accantonamento dell’ipotesi di elezioni anticipate e il defenestramento di Matteo Salvini dal Viminale. Due obiettivi per raggiungere i quali il “mite” Mattarella volentieri passerebbe sul cadavere della volontà degli italiani. Dal canto loro, i “dem” non aspettano altro che un segnale per rimontare in sella. A qualsiasi prezzo. L’astinenza da gestione del potere sta cominciando ad affiorare tra le fila dei piddini. Ma ciò per cui i “dem” hanno premura di tornare al Governo è l’avvicinarsi del 2022 che è l’anno di scadenza del mandato presidenziale di Mattarella. Nicola Zingaretti e compagni vivono come un incubo la possibilità che a quell’appuntamento si arrivi con la Lega in maggioranza. Ciò che è stato sempre possibile per l’intero corso della Seconda Repubblica, cioè di piazzare al Quirinale uomini organici al Partito Democratico, potrebbe non esserlo più. E quanto sia strategico avere dalla propria la postazione del colle più alto l’ha compreso sulla propria pelle il centrodestra negli anni da Oscar Luigi Scalfaro a Giorgio Napolitano. Da qui la scelta tattica dei “Dem” di predisporsi ad accettare la qualunque dai grillini pur di tornare sul ponte di comando del Governo. I Cinque Stelle, ovviamente, sono ben consapevoli della chance alternativa offerta loro dalla sinistra. Ciò spiega il paradosso delle continue provocazioni rivolte all’alleato leghista quando, per logica, dovrebbe accadere il contrario con Salvini interessato a tirare la corda fino a farla spezzare per andare a capitalizzare l’enorme vantaggio sancito anche dalle ultime rilevazioni sulle intenzioni di voto degli italiani. Invece, com’è evidente, sono i leghisti a tenere il freno tirato e a mordersi la lingua. E fanno bene perché ciò che finora non hanno compreso gli orfani inconsolabili della vecchia coalizione di centrodestra, è che finito il Governo giallo-blu non c’è la gloriosa ascesa di un nuovo centrodestra ma il pastrocchio puteolente di un governicchio penta-piddino stirato sulla falsariga della combine realizzata a Strasburgo per portare una popolare tedesca, fautrice dell’austerity e poco incline a immedesimarsi negli stili di vita mediterranei, al vertice dell’Unione europea. Alla luce di tutto ciò c’è in giro, a destra, qualcuno ancora disposto a urlare “Salvini stacca la spina”?

Se si vuole evitare di finire dalla padella alla brace l’unica è pregare che la Lega tenga duro, almeno fin quando le crepe che stanno incrinando la compattezza del Movimento grillino non lo portino al collasso. Solo allora sarà possibile farla finita con il Governo Giallo-blu e tornare alle urne. Per il momento denti stretti e pugni serrati, bisogna andare avanti magari parafrasando il grido d’arme delle truppe texane lanciate all’attacco dell’esercito messicano nella battaglia di San Jacinto: “Ricordatevi di Renzi!”.