La prora della Marina puntata contro il Viminale

Tira una brutta aria dalle parti del Governo. Dei molti fronti aperti in cui Lega e Cinque Stelle fingono di duellare c’è ne uno nel quale si fa sul serio. Si tratta delle partenze d’immigrati dalla Libia.

Nei giorni scorsi un pattugliatore (Unità minore combattente) della Marina militare italiana, il “C.C. Giuseppe Cigala Fulgosi”, ha raccolto 36 immigrati, tra questi 2 donne e 8 bambini, a circa 40 miglia dalla costa libica. Il ministero della Difesa ha fatto sapere che l’intervento di recupero si è reso necessario perché la piccola imbarcazione sulla quale gli immigrati viaggiavano imbarcava acqua ed era in procinto di affondare. L’imminente pericolo di vita, dunque, ha spinto i nostri militari a intervenire. Ma il ministro dell’Interno non l’ha presa bene. Matteo Salvini, nel ribadire la ferma volontà di tenere i porti chiusi all’afflusso di navi che trasportano richiedenti asilo dalla Libia, ha polemizzato sulla presenza del “Cigala Fulgosi” in quel tratto di mare contiguo alla costa nordafricana. “Perché in acque libiche? Peraltro pattugliate dalla Guardia costiera libica che... in pieno ramadan ha soccorso salvato e portato indietro più di 200 immigrati. O si lavora tutti nella stessa direzione o non può esserci un ministro dell’Interno che chiude i porti e qualcun altro che raccoglie i migranti. È vero che bisogna chiarire alcune vicende all’interno del governo”.

Il dito è puntato contro il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, decisa a ingaggiare una personale battaglia contro le iniziative sulla sicurezza adottate dal titolare del Viminale, ma in controluce traspare l’irritazione di Salvini verso i vertici della Marina militare che si mostrano riottosi ad allinearsi alla sua linea di rigore. Non bisogna essere dei geni per constatare la scivolosità, ai limiti della rottura istituzionale, della china su cui si è posta la disputa. Oltre ad ampliare la frattura sempre più vistosa tra gli alleati di Governo, il ministro grillino ha consentito che nel confronto entrasse la Marina militare, deputata a svolgere neutralmente le funzioni tecniche e operative che le leggi dello Stato le assegnano. Non è la prima volta che accade. Il mese scorso abbiamo registrato i “mal di pancia” delle alte gerarchie militari per la direttiva emanata dal ministro dell’Interno a proposito della nave dell’Ong “Mare Jonio”. Da fonti dello Stato Maggiore della Difesa si lasciava trapelare tutto il disagio per un atto giudicato “un’ingerenza senza precedenti nella recente storia della Repubblica che viola ogni principio, ogni protocollo... e rappresenta una forma di pressione impropria sui comandi dell’esercito”.

Dal momento che risulta improbabile che fosse il Corpo degli alpini o qualche battaglione di artiglieria da montagna a sentirsi minacciato dall’ordine di Salvini in merito a una imbarcazione in navigazione nel canale di Sicilia, è facile presumere che la sollecitazione a rispondere provenisse dagli ambienti della Marina. L’estate scorsa poi c’era stato il caso della “ribellione” dell’ammiraglio Giovanni Pettorino, comandante generale delle Capitanerie di Porto, contro la stretta sui soccorsi in mare agli immigrati. L’odierno attrito tra i ministeri dell’Interno e della Difesa è ascrivibile all’inserimento, all’articolo 2 della bozza di revisione del Decreto Sicurezza, di una modifica fondamentale al Codice della Navigazione: il potere di vietare o limitare il transito o la sosta nelle acque territoriali per motivi di sicurezza e di ordine pubblico, attualmente in capo al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, verrebbe avocato da quello dell’Interno. Da qui la crociata del ministro Trenta per arginare la “volontà di potenza” di Salvini.

Ora, se la polemica politica è legittima, ciò che non è accettabile è il dare spazio a un organo tecnico della Pubblica amministrazione perché gestisca in proprio la sua opposizione a un’iniziativa di un soggetto portatore di un mandato democratico di rappresentanza conferitogli dal corpo elettorale. Alla signora Trenta la questione è scappata di mano. Con ciò si dimostra quanto andiamo ripetendo da tempo: l’aver consentito ai Cinque Stelle di occupare la casella del ministero della Difesa è stato un madornale errore di cui adesso si scontano gli effetti.

Mai come in queste ore, decisive per l’evoluzione della crisi libica, il Governo italiano dovrebbe agire come un sol uomo. L’attuale leader di Tripoli, Fayez al-Sarraj, ha fatto balenare la minaccia, nel caso di un affievolimento del sostegno di Roma alla otta contro il nemico interno Khalifa Haftar, di riaprire il rubinetto dell’invasione migratoria. La risposta del Governo giallo-blu dovrebbe essere ferma nel respingere le provocazioni. Un giro di vite di Roma sull’accoglienza sarebbe interpretato come un gesto di forza nel non cedere ad alcun ricatto. Al contrario, mostrarsi disponibili a raccogliere nuovamente tutti coloro che lasciano le coste libiche su imbarcazioni di fortuna sarebbe il segnale più sbagliato da dare ai capibastone di Tripoli.

A riguardo, l’intenzione di tenere duro di Salvini è totalmente condivisibile. Guai se dalla sponda pentastellata si remasse contro, torneremmo alle tragedie del triennio nero Renzi-Alfano del 2014-2016. Possiamo solo sperare che fino al 26 di maggio la situazione non precipiti o non la facciano precipitare dei politicanti irresponsabili. Dopo la fatidica data c’è d’augurarsi che scatti la verifica di Governo. Un riequilibrio di peso tra grillini e leghisti sarà imposto dalla volontà popolare consegnata alle urne delle europee. Nel qual caso rivolgiamo un sentito appello al leader Salvini: ripari all’errore compiuto dodici mesi orsono e chieda la testa (politica) del ministro della Difesa. Prima si sfrattano i grillini e la loro filosofia new age sugli equilibri geo-strategici, sulle alleanze internazionali, sulle presenze nei teatri di guerra, sulla necessità di avere un apparato militare efficace e moderno e meglio sarà per il Paese. Perché come soleva ripetere Indro Montanelli: “Come la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai militari, anche la pace lo è per lasciarla fare ai pacifisti”.