Investimenti pubblici: manca la capacità di spesa, non il denaro

L’elisir di lunga vita del Governo giallo-blu è custodito in una formula magica che, tuttavia, i capibastone pentaleghisti non hanno trovato il modo di utilizzare. La formula è: più investimenti pubblici, più occupazione, più ricchezza per il sistema Paese. Facile a dirsi, difficile a realizzarsi. Perché la formula magica abbia effetto necessita di un ingrediente indispensabile: i quattrini. Ora, l’Italia questi denari da spendere li ha o no? Per qualche commentatore gli sbandierati 140 miliardi di euro destinati agli investimenti pubblici sarebbero una fake news, una fantasia scritta sull’acqua da politicanti improvvisati. In realtà, la somma di cui più volte ha parlato il ministro dell’Economia Giovanni Tria fa riferimento all’ammontare degli interventi finanziari stanziati dai precedenti governi di centrosinistra, già negoziati con la Commissione europea, regolarmente iscritti a bilancio, distribuiti su una programmazione quindicennale, e immediatamente disponibili per stadi d’avanzamento in forza di un accordo con la Banca europea degli investimenti (Bei). Il capitolo di spesa, rimasto finora quasi inutilizzato, secondo stime dell’Ance - l’Associazione dei costruttori edili - conterrebbe: 82 miliardi di euro del Fondo per il finanziamento degli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del Paese; 27 miliardi di residuo del Fondo per lo sviluppo e la coesione (Fsc) 2014-2020, ex Fas; 17 miliardi di Fondi strutturali europei (Fesr); 9,3 miliardi di investimenti in carico a Ferrovie dello Stato; 8 miliardi per il rilancio degli enti territoriali; 8 miliardi per la ricostruzione post-terremoto; 6,6 miliardi destinati al contratto di programma dell’Anas e 3 miliardi afferenti dalla legge di Bilancio 2018 ai quali vanno aggiunte le risorse stanziate dall’ultima manovra finanziaria.

Dei 140 miliardi disponibili, che, vale ribadire, per le quote di competenza dello Stato sono già computati nel deficit e nel debito, sono stati spesi in misura inferiore al 4 per cento. Tria non mente quando afferma che quella montagna di denaro sia rimasta impigliata nelle maglie delle procedure amministrative. Se si considera che, secondo stime Istat, ogni euro d’investimento pubblico abbia un moltiplicatore di ricchezza pari a 3,5 euro e la ricaduta occupazionale venga valutata in 15.500 nuovi occupati per ogni miliardo di euro investito, è comprensibile che dello sblocco degli investimenti il Governo faccia una priorità per vincere la partita del rilancio della crescita economica. Tuttavia, prendersela con la burocrazia canaglia è vacuo esercizio polemico. Perché una critica risulti efficace bisogna incominciare a chiamare i problemi con il loro nome. In cima alla lista c’è la meccanica di funzionamento del Cipe, il Comitato interministeriale per la Programmazione economica. La normativa prevede che per ogni modifica progettuale, anche se non comporti variazioni al budget autorizzato e finanziato, debba esserci una delibera specifica del Cipe, vidimata dalla Corte dei conti e pubblicata in Gazzetta Ufficiale. Tempo stimato di attraversamento anche per un’irrilevante variazione progettuale: dai sei agli otto mesi durante i quali l’attività si blocca. A tale fattore ritardante si aggiunga la macchinosità delle procedure di affidamento dei lavori a mezzo dei bandi di gara, rese ancor più farraginose dall’introduzione del Codice Unico degli Appalti. Per le opere di competenza statale, o comunque finanziate al 50 per cento dallo Stato, vi è la soglia capestro dei 50 milioni di euro di costo al di sopra della quale si rende obbligatorio il parere del Consiglio Superiore dei Lavori pubblici (articolo 215, comma 3 del Codice degli Appalti). Nel pacchetto di proposte formulate dall’Ance per agevolare lo sblocco dei cantieri delle opere pubbliche c’è quella d’innalzare la soglia d’intervento del Consiglio Superiore dagli attuali 50 milioni a 200 milioni di euro. Altro ostacolo che intralcia il percorso di realizzazione di un’opera è costituito dalla scarsa attitudine all’agire concertato delle varie branche della Pubblica amministrazione chiamate a dare pareri o nulla osta in itinere.

Non sarebbe tutto più snello e logico se, come propone l’Ance, si abolissero le inutili duplicazioni dei passaggi decisionali tra ministeri? Altra questione riguarda gli enti locali destinatari di una parte dei fondi accantonati per gli investimenti. Anche in questo caso i denari ci sono ma non le competenze degli organismi territoriali a spenderli. Non c’entra nulla l’alto indebitamento del Paese con il poco invidiabile primato toccato di recente dalla nostra P.a. e rilevato dalla Banca d’Italia che ha certificato il minimo storico degli investimenti pubblici negli ultimi 40 anni. Per dare soluzione al problema nella Legge di Bilancio 2019 è stata introdotta “Investitalia”. Si tratta di una cabina di regia dedicata al coordinamento degli investimenti pubblici ed anche a supportare l’Amministrazione centrale dello Stato e gli enti periferici e territoriali nelle fasi di progettazione di beni ed edifici pubblici mediante il ricorso a una struttura tecnica di missione. L’obiettivo di breve termine del ministro Tria è focalizzato sull’utilizzo degli 82 miliardi di euro del Fondo per il finanziamento degli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del Paese costituito dal Governo Gentiloni con la Legge di Bilancio 2017 e rafforzato con la finanziaria del 2018. È il ”tesoretto” che ha ispirato al ministro Danilo Toninelli, in qualità di titolare del dicastero delle Infrastrutture e trasporti principale destinatario delle somme accantonate, l’idea evocativa di un “Piano Marshall per la messa in sicurezza delle nostre opere infrastrutturali”.

In realtà, la sfida che attende nelle prossime settimane il Governo giallo-blu non riguarda avveniristici progetti di trasformazione dell’Italia ma, più concretamente, la sutura delle falle aperte che rischiano di affondare il Paese. In proposito, la contabilità delle opere incompiute è ai limiti del surreale. All’Anagrafe delle opere pubbliche di interesse nazionale del ministero delle Infrastrutture, nel luglio 2018 risultavano incompiute 647 opere, 105 in meno rispetto alle 752 incompiute censite nel 2016. E poi ci si lambicca il cervello a escogitare chissà quali macchinosi artifici contabili per risuscitare il Pil mentre si trascura la soluzione che è a portata di mano: lo sblocco dei cantieri. Il Governo ha promesso un provvedimento d’urgenza ad hoc in questa settimana. Se mantenesse la parola data farebbe un favore a se stesso oltre che al Paese.