Se l’opposizione si sveglia

La novità di queste ore è che l’opposizione al governo sembra risvegliarsi dal lungo torpore. L’altra (quasi) novità e che sia proprio Silvio Berlusconi colui che sta dando il colpo più secco a un Esecutivo, comprendendovi peraltro lo stesso Matteo Salvini (alleato) sul quale il botto pare quasi alleggerito in nome e per conto del ripetuto consiglio “se ci sei batti un colpo”.

Certo, resta il Pd zingarettiano che del no al governo dovrebbe (o potrebbe) essere un portatore di voce per dir così forte, ma a parte il balzo iniziale sulla Tav volando da Roma a Torino per spingere l’opera dando del criminale a chi volesse interrompere i bandi con la perdita di centinaia di milioni di investimenti e migliaia di posti di lavoro, non si sono visti e sentiti seguiti analoghi.

Si sa, Nicola Zingaretti è appena arrivato al comando di un Partito Democratico non poco sbrindellato e alle prese con un dopo Matteo Renzi a sua volta contraddistinto, a cominciare persino dall’ex Premier, dalla tecnica che un giorno veniva contraddistinta dalla immortale massima del “prendere le misure”. Ma tant’è.

Naturalmente, un Salvini che indubbiamente la sa lunga in politica (e non solo), gode di un vantaggio rispetto soprattutto all’alleato Luigi Di Maio, tanto campione di presenzialismo mediatico - in concorrenza col collega “vice” - quanto assente in risultati governativi sol che si pensi alle sue remore sull’unico progetto, peraltro in fieri, della Tav, in nome e per conto di un’assoluta mancanza di motivazioni, a parte il grido “onestà, onestà”, indispensabile ma poco produttivo se resta un’esclamazione senza seguito: di opere, di fare, di concretezza, e a fronte dell’ultimissima dichiarazione salviniana a proposito delle trecento opere pubbliche da realizzare anche con quei contributi europei cui persino Giuseppe Conte ha accennato a proposito di Tav, e non solo.

Fino ad ora pare che faccia aggio sul poco o niente non fatto governativo, l’abilità e l’agilità di un Salvini la cui esperienza, soprattutto in comunicazione, è senza alcun dubbio l’arma che l’ha posto in prima fila sullo sfondo di una compagine nella quale il lascito di Beppe Grillo appare come riassorbito in un Movimento 5 Stelle che, anziché andare avanti prendendo innanzitutto atto che ora, da quasi un anno, è diventata una forza di governo, indietreggia, non tanto o non soltanto su risultati locali e/o previsioni di sondaggi, ma sull’obbligo di compiere delle scelte abbandonando l’antico vezzo di dare ragione a tutti.

Cosicché ci tocca quotidianamente prendere atto delle televisive esternazioni di un Di Maio riassunte già in una indimenticata conferenza stampa del mese scorso nella quale ha annunciato che “lui medesimo rimarrà capo per altri quattro anni (di cui non ci sarebbe stata necessità se non ci fossero problemi)” e lasciando in un certo senso intendere che questo suo mandato potrebbe estendersi a dieci anni, sia pure con l’assistenza di un direttorio-direzione di dieci persone scelte ovviamente da lui per aree tematiche con nomine di referenti-segretari regionali in grado di individuare segretari comunali e provinciali, e comunque in previsione di elezioni locali dove saranno possibili apparentamenti con altre forze politiche o con espressioni di associazionismo. Insomma, il M5S non ce la fa e farà, da solo.

Sorge comunque una domanda a proposito di un movimento pentastellato la cui organizzazione continua da un lato a rimembrarci le antiche regole del vecchio Partito Comunista Italiano, dall’altro a rinnovare una parabola filosofico-politica del cofondatore Gianroberto Casaleggio che, parlando di formiche e formicaio (M5S), concludeva che “una formica non deve sapere come funziona il formicaio, altrimenti tutte le formiche ambirebbero a ricoprire i ruoli migliori e meno faticosi, creando un problema di coordinamento. Infatti le formiche seguono una serie di regole applicate al singolo attraverso le quali si determina una struttura molto organizzata ma non centralizzata”.

E la risposta? Indovinala Grillo!