Bri: la Cina è vicina

Sul tavolo del Governo approda il memorandum d’intesa al progetto cinese “Belt and Road Initiative” (Bri), altrimenti noto come “la nuova Via della Seta”.

Il gigante asiatico, allo scopo di connettere più efficacemente il proprio sistema produttivo ai mercati dell’Africa e dell’Europa, è pronto a investimenti giganteschi nelle infrastrutture degli Stati che aderiranno al programma. Porti, strade, ferrovie, corridoi marittimi ma anche autostrade digitali che consentiranno alle merci di circolare più rapidamente in entrambe le direzioni di marcia. Almeno così si spera. Per il nostro Paese sarebbe un’occasione straordinaria di sviluppo economico. Ma c’è un rovescio della medaglia. Per l’Italia un rapporto stringente con la super-potenza cinese potrebbe trasformarsi in una perdita d’indipendenza sul piano geopolitico. Per la realizzazione del programma la Repubblica Popolare Cinese ha già reso disponibile un fondo d’investimento con una dotazione finanziaria di 460 miliardi di dollari, in aggiunta ai 100 miliardi di dollari dell’AIIB (Asian Infrastructure Investment Bank) e ai 40 miliardi di dollari del Silk Road Fund. Cosa accadrebbe se gli investimenti dovessero estendersi ad interventi massicci sul nostro Debito sovrano? Il progetto cinese, varato nel 2013, ha già ricevuto l’adesione di 80 Stati, dei quali solo il Portogallo, la Grecia, l’Ungheria e la Polonia sono membri dell’Unione europea. Ma è l’Italia, unico tra i Paesi del G7 a gradire l’intesa, l’oggetto del desiderio dei cinesi a causa della collocazione geografica che fa della penisola la porta d’ingresso all’Europa. In particolare, i porti di Genova, Venezia e Trieste sono nel mirino degli investitori cinesi. Al momento, la Cosco (China Ocean Shopping Company) si è accaparrata il 40 per cento del porto di Vado Ligure. Tuttavia, la stipula del memorandum d’intesa con l’Italia, che potrebbe già essere firmato dai rappresentanti dei rispettivi governi il prossimo 22 marzo in occasione della visita in Italia del presidente cinese Xi Jinping, è vista come fumo negli occhi sia dalle autorità centrali dell’Ue sia dall’amministrazione statunitense, sebbene per differenti ragioni.

I soliti “fratelli-coltelli” europei si preoccupano che un patto di collaborazione stretta tra la Cina e l’Italia possa mettere fuori gioco l’economia mercantile di alcuni Paesi del Nord-Europa che ruota sull’alta intensità dei traffici marittimi con l’Estremo Oriente. Inoltre, un’autonomia rimarcata di Roma rispetto alle strategie di politica economica e strategica stabilite a Bruxelles suonerebbe come una sconfessione dell’asse di potere dell’Unione centrato sul patto franco-tedesco. Washington, invece, ne fa una questione di equilibrio di scacchiere geopolitico. L’Italia è da sempre una costola dell’apparato di difesa statunitense. Il timore dell’amministrazione americana è che un’intesa organica con la potenza cinese possa portare, nel tempo, il nostro Paese ad uscire dall’orbita d’influenza statunitense per consolidarsi come testa di ponte degli interessi cinesi nel cuore del sistema occidentale. Attesa la complessità dello scenario, la stella polare che dovrebbe guidare le scelte del Governo giallo-blu resta l’interesse nazionale. Il nostro Paese ha un gran bisogno d’incrementare l’export per sostenere il Prodotto interno lordo. Tuttavia, l’obiettivo non può essere perseguito a qualsiasi costo. Devono essere valutati i rapporti con gli alleati storici e anche con i Paesi partner dell’Ue, nonostante sia provato che quegli stessi Paesi non usino di prassi il medesimo riguardo nei nostri confronti. È pur vero, però, che nel recente passato siamo stati donatori di sangue nostro malgrado. Basti pensare a ciò che è accaduto con le sanzioni alla Federazione Russa e al danno causato al sistema produttivo italiano dall’imposizione europea dello stop alla costruzione del gasdotto “South Stream”. Quante altre volte vogliamo scontare la propensione ad un insano tafazzismo? Secondo dati di “InfoMercati Esteri” della Farnesina, l’interscambio commerciale tra l’Italia e la Cina, nel 2017, è stato di 42 miliardi di euro, in crescita del 9,2 per cento rispetto al 2016. Il deficit commerciale italiano si è ridotto a 14,9 miliardi (variazione tendenziale -1, 97 miliardi di euro), con un trend che avvicina la parità. Un accordo di sistema con il gigante cinese farebbe schizzare in alto l’indice del nostro export; per contro, aumenterebbe notevolmente il volume delle importazioni, con conseguenze negative sulla capacità competitiva del nostro manifatturiero tradizionale. Che fare?

La scelta più salutare per gli interessi nazionali italiani, a questo punto, è la prudenza. Firmare, dunque, il memorandum d’intesa ma assicurarsi un’implementazione graduale e ragionata dell’accordo quadro. Inoltre, la stipula va subordinata all’esito favorevole di un’interlocuzione con le autorità di Washington. Non ci si può buttare tra le braccia dei cinesi senza aver debitamente rassicurato l’alleato d’Oltreoceano sull’intangibilità dell’alleanza tra l’Italia e gli Usa. Il che si traduce nell’impegno preciso da parte italiana a tenere fuori dai patti con Pechino investimenti sulle nostre imprese e infrastrutture strategiche, in particolare le nuove tecnologie della comunicazione ad uso militare e la gestione delle reti digitali. Al momento l’accordo è spinto dal vice-premier e ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio. Matteo Salvini, sull’argomento, è apparso sfuggente. Eppure non sarebbe male se la Lega assumesse una posizione più chiara non lasciando carta bianca al partner di governo. Ora che l’accordo con la Cina è scodellato sul tavolo del Governo, riusciamo a comprendere un passaggio che durante la campagna elettorale per le regionali d’Abruzzo e Sardegna, ci era parso quanto meno enigmatico. Perché, ci eravamo chiesti, Silvio Berlusconi nel suo abituale giro elettorale sui media tira fuori la questione del contrasto all’espansionismo cinese quale leitmotiv della battaglia di civiltà del futuro prossimo italiano ed europeo? E perché Salvini, solitamente prodigo nel trattare argomenti che attengono alla difesa dell’identità nazionale e del Made in Italy, non ha colto la palla al balzo per sintonizzarsi con l’alleato forzista? Non è che tra Lega e Forza Italia si sia infilato un “Bri” di troppo”? Oggi, capiamo qualcosa di più di qualche non-detto.