Scelta politica la vittoria a Mahmood? Ma anche no, è tutta in quel clap in levare

Il dopo Sanremo anche quest’anno, come di rito, si è trasformato in un a dir poco fastidioso morso al polpaccio di tutti gli italiani. E in fondo, tutti ne sono consapevoli, la presa non è destinata ad attenuarsi finché, tra pochi giorni, il cane politico-mediatico non si rivolgerà ad addentare altro. La narrazione di una vittoria canora, dunque, ancora per poco, cederà il passo al racconto e ai resoconti del contrasto tra la tirannia della minoranza di nicchia della giuria speciale e di quella dei giornalisti della sala stampa, che avrebbero strumentalmente premiato il brano di Mahmood e la dittatura della maggioranza, un indignato “popolo bue” che in modo “plebiscitario” voleva o Ultimo o Loredana Bertè come vincitori.

Polemiche prive di senso, stantie e buone per lo più a far calare un velo di irritazione generale su questa chiusura manichea del Festival della canzone italiana e ad alimentare un profluvio di commenti tra cui molti scomposti che (l’ombra del condizionamento politico si aggira sempre) liquidano “Soldi” come “canzone orribile” o, altrove, si consegnano volentieri all’osservazione dietrologica che il Trap negli ultimi mesi è stato piegato a fini propagandistici a favore dello Ius soli. Siccome, poi, non ci dobbiamo mai far mancare un briciolo di dietrologia anche su terreni delicatissimi come quello dell’antisionismo, a supportare la protesta dei detrattori di Mahmood e dei fans sconfitti di Ultimo, del Volo e della Bertè, seguita a lavorare la fabbrica del sospetto.

In poche ore la consegna della vittoria ad Alessandro Mahmood, lui di padre egiziano, prende le aberranti forme di una strategia per favorirne la partecipazione all’Eurovision Song Contestt 2019 che si svolgerà in Israele, a Tel Aviv. Non è finita perché queste follie, questo ragionare in modo offuscato sono specularmente affiancate dalla condotta ignobile che alcuni giornalisti della “tifoseria pro Mahmood” hanno riservato al giovane cantante Ultimo apostrofandolo con offese personali che mai, in alcun caso, possono rappresentare la risposta della stampa all’arroganza di nessuno. Nemmeno di un giovane, per quanto instabile, concorrente del Festival di Sanremo.

Insomma, davvero fermi tutti! Perché nella foga di strattonare lo strattonabile il rischio più alla portata è che sfuggano elementi di valutazione utili a comprendere le ragioni della vittoria di qualcuno e della conseguente delusione di altri. Elementi, ad esempio, azzardiamo, musicali o inerenti l’armonia o il ritmo o la metrica dei testi che contribuiscono alla cifra accattivante di una canzone?

È vero, forse hanno inciso anche valutazioni estranee al mero giudizio musicale. Entrambe le elitarie giurie, quella d’onore composta sempre dal gotha del mondo artistico e quella dei giornalisti ben acquartierati e politicamente corretti della sala stampa, erano già dall’inizio della kermesse festosamente pronte a mandare al ministro dell’Interno Matteo Salvini un messaggio politico sul multiculturalismo e sull’esempio di buona integrazione da attribuire alla vittoria di Mahmood tanto inequivocabile quanto inutile e stoppaccioso: Alessandro Mahmoud, in arte Mahmood, nonostante le tre paroline in arabo infilate nel suo testo, è italiano! Nel Festival di Claudio Baglioni, che non si è limitato a strizzare l’occhio ai giovani, ma ha portato a compimento la mission iniziata nella scorsa edizione, incardinando letteralmente il Festival sulla centralità dei “poco più che maggiorenni”, però, l’unica vera incognita era chi di loro avrebbe vinto e l’augurio aleggiato tra tutti che venisse rispettato il solo criterio che dovrebbe guidare il giudizio di un’opera artistica, cioè esercitare la facoltà di giudizio con lealtà e con amore. Il che avrebbe dovuto escludere nell’assegnazione della vittoria di un brano a Sanremo qualsiasi pretesa urgenza o necessità ipocrita di ostentare un altro segno di integrazione di cui non si sentiva la necessità.

Ci resta tuttavia l’illusione che forse abbia semplicemente vinto la canzone con maggiori probabilità di diventare il tormentone canoro da qui alla prossima estate. Perché sebbene senz’altro più bella, strutturata e capace di trattare l’eterno tema dell’amore in modo diverso e intimo, e in molti passaggi molto più nel solco della canzone melodica italiana, ad “I tuoi particolari” di Ultimo, cui la giuria popolare ha consegnato la sua inequivocabile vittoria, forse manca quel quid, quel, sì, ruffiano e ammiccante, “esaltatore di sapidità” che nel brano di Mahmood è affidato all’artificio del refrain con la clap in levare, a quell’andamento sincopato, inatteso, che conferisce vivacità al fraseggio ritmico. L’arrangiamento ha irrorato di ritmo la prova canora di Alessandro Mahmoud, rendendolo accattivante. E se è vero che anche l’orecchiabile (Oh, cachy!) “I tuoi particolari” conta su una melodia in levare, il brano di Mahmood in levare ha soprattutto il ritmo del ritornello (oh, refrain). E rassegnatevi tutti, quel suo, soltanto suo, cadenzato picco in controtempo è un vero e proprio magnete per l’orecchio di un pubblico che avrebbe voluto sul podio Ultimo, ma che ovunque, pur condizionato da un cinquantennio di musica e canzoni in battere, sarà subito caduto nella trappola ritmica di quel battito di mani in levare e avrà iniziato a cimentarsi, e seguiterà a farlo, spaesato ed in molti casi invano, nell’arte di entrare a tempo e al momento giusto per partecipare al rito collettivo del rapido, sferzante, doppio battito di mani. Né più né meno di quanto, con goffi esiti da due giorni stanno provando a fare i conduttori dei maggiori talk-show della Rai.

Tutto in un clap in levare. Sono stati bravissimi a pensarlo, punto. E nel momento in cui anche il grande pubblico italiano si sta lentamente alfabetizzando con la cultura della musica swing e dintorni, che del trascinante andamento sincopato e del levare ha fatto uno dei suoi cardini, che dire? Al netto dei frondosi e noiosi ragionamenti politici o ideologici e delle recriminazioni non sempre del tutto oneste delle opposte curve, ed a cui non si vuol rinunciare, il brano di Mahmood è un’autentica drittata. Anche questo aspetto, forse, dev’essere stato premiato.