Il Paese reale e quello formale dopo il voto in Abruzzo

Il voto abruzzese conferma una tendenza che, dopo aver avuto le prime indicazioni in Molise, in Sicilia e in Friuli-Venezia Giulia, potrebbe diventare stabile e definitiva con le elezioni in Sardegna, Piemonte e, successivamente, in Basilicata. Questa tendenza stabilisce che la maggioranza del Paese è diversa ed alternativa a quella del Parlamento. Non hanno dunque torto quanti sostengono che la discrasia tra paese reale e paese formale, cioè tra maggioranza di centrodestra nelle Regioni e maggioranza giallo-verde a Roma, porterà inevitabilmente ad un punto di rottura degli equilibri del quadro politico nazionale. È impossibile per il Governo sopravvivere troppo a lungo con una simile spaccatura. Ed è logico porsi la domanda di chi (e quando) si assumerà il compito di mandare all’aria il Governo giallo-verde per cercare di colmare il fossato tra paese reale e paese formale.

Chi si esercita in questo genere di previsioni tende a stabilire che a rompere ci penserà Matteo Salvini dopo aver incassato un voto alle elezioni europee che non potrà non essere in linea con i dati del risultato abruzzese.

Ma è pensabile che il Movimento Cinque Stelle sia disposto a farse fagocitare progressivamente dal rapace alleato di governo subendo le conseguenze dei mutati rapporti di forza elettorali senza compiere un gesto che gli ridia l’autonomia di movimento? È vero che il movimentismo usato dai grillini nella campagna elettorale abruzzese si è rivelato addirittura controproducente. Ma è ancora più vero che di fronte alla prospettiva di finire vassalli della Lega anche i più governisti del Movimento Cinque Stelle non potrebbero fare a meno di far saltare il banco governativo per ritornare ad essere forza d’opposizione.

Qualcuno, nel centrodestra, spera nella rottura per rilanciare l’idea di un governo a guida leghista ma sostenuto, oltre che da Forza Italia e Fratelli d’Italia, anche da “responsabili” di varia provenienza.

Una idea del genere, però, è una pia illusione. Salvini sarebbe un folle se, forte del consenso popolare, non puntasse in caso di crisi ad elezioni anticipate destinate a ribaltare gli attuali equilibri parlamentari. A partire dai rapporti di forza all’interno di un centrodestra ormai tutto da rifondare!