“Parigi, o cara, noi lasceremo” O No?

Il melodramma, si sa, è una guida eterna fra le tipicità, di costume e storiche, degli italiani nella misura e con la forza con le quali sa evidenziarne limiti ed eccessi. Ma, specialmente, le verità. Quando poi al melodramma si è in grado, come a volte col cinema, di mettergli al fianco una dose di ironia, le cose cambiano, things change.

L’indimenticabile melodia della “Parigi, o cara, noi lasceremo” è già stata presa di lato dal perfido e inconfondibile umorismo di Franca Valeri e Vittorio Caprioli in un lontano film (appunto) degli anni Sessanta che sprigionava quei succhi satirici e umoristici che, riportati ai giorni nostri e rivolti alla politica della non politica di chi ci governa, ne rivela non tanto o soltanto i limiti, ma la definitiva pochezza. E, tanto per non fare nomi, per Luigi Di Maio and Company ci vorrebbe davvero la rappresentazione aggiornata di quei film dei tempi gloriosi, per narrarcene le disavventure proprio con quella Francia che, sebbene percorsa dai gilet gialli pentastellati ad honorem, non può non guardare con compassione sia il pre che, soprattutto, il post delle considerazioni dimaiane a tal proposito.

Altro che civiltà e storia millenarie. La figuraccia del vicepresidente del Consiglio resta, eccome, proprio per quel giocare a rimpiattino con la realtà – e coi rapporti internazionali oltre che fra le nazioni amiche (e cugine) – che è il dato inestinguibile di quel “nuovo che avanza”, e che, purtroppo, avanzerà almeno fino alle elezioni europee. Ma è il populismo, bellezza! Del quale sono sempre più vistose le tracce nel combinato disposto Lega-Cinque Stelle che il popolo ha voluto premiare affidandogli il governo del Paese e che, proprio al di là di questa combine, più che sfruttarne le opportune coesioni, ne rivela a volte disaccordi e dissonanze persino nella giaculatoria di quei “No” gridati a questo e a quello, a questa e a quella riforma così necessaria al nostro Paese.

E, come ricordiamo spesso, quello del No-Tav resta uno dei simboli più significativi e, per chi vuole, più istruttivi, sol che si guardino le frequentissime apparizioni televisive di un Matteo Salvini col suo Sì Tav, ripreso nella galleria dei lavori in corso come a replicare alle insistenze grilline, negative, dell’opera ritenuta inutile e dannosa nel solco di quella sfrenata demagogia populista che diffida di fronte al progresso, allo sviluppo economico, alle riforme modernizzanti indispensabili al procedere e alla crescita competitiva di qualsiasi Paese democratico.

No-Tav, ma anche No-Vax, No-Euro, No al progresso e altri “No” sullo sfondo di un brusco calo del Prodotto interno lordo a tre mesi dalle previsioni della Commissione europea di una crescita dell’1,2 per cento nel 2019 col taglio odierno al 0,2 per cento delle sue stime. Ovviamente, con le giustificazioni che ognuno vuol far valere: c’è chi si aggrappa a distinzioni non poco sottili per non dire “linguistiche” a proposito della battuta d’arresto che non sarebbe recessione (Giovanni Tria), mentre altri si rivoltano seccamente contro i “professori di Bruxelles che da dieci anni non ne azzeccano una” (Matteo Salvini) e altri ancora, come Di Luigi Maio, danno voce alle immancabili accuse ai governi precedenti, mentre Giuseppe Conte, per ultimo ma non ultimo, si lancia in annunci per un imminente rilancio dell’economia.

Nel frattempo, ferve il dibattito a proposito della riforma delle riforme che, per il nuovo che avanza e che governa, non può non riguardare proprio quel Parlamento, sede solenne della volontà espressa dei cittadini. Come ha ricordato il direttore, tale riduzione in sé giusta, se non sacrosanta dato l’altissimo numero degli eletti (il più alto d’Europa), sta mostrando inesorabilmente uno sfondo che rivela scopi e contenuti propri di quella politica non politica alla quale non fanno ombra i numeri oggettivamente alti, tanto che la lotta senza quartiere contro i novecento o mille senatori scelti e votati dalla gente ne sottende un’altra, ben più seria e preoccupante: la lotta contro la democrazia rappresentativa.

Un altro “No, che conta più di tutti.