Chi se ne frega di andare a…

C’è Tav e Tav, dipende dal sovranismo. E se lo dice Danilo Toninelli… Il sovranismo è come (se non peggio) una malattia infantile di chi dice di non voler fare politica perché non ne è capace. Il sovranismo, metti appunto quello al governo con un Toninelli ministro, è un danno. Al Paese, allo Stato, al suo Governo, a noi tutti.

E più un ministro come questo si appella all’analisi costi-benefici frutto di una sua commissione ad hoc, più fa risuonare il suo grido di lotta e, ovviamente, di governo (“chi se ne frega di andare a Lione”), trascurando un non secondario aspetto: che nei trattati internazionali quale quello sulla Tav tra Italia e Francia, di “sovrani ci sono soltanto gli Stati” e per questo non sarà né Toninelli né il “Contratto di cambiamento” e neppure il Governo ma eventualmente il Parlamento a decidere.

E con un occhio attento alle cifre degli eurofinanziamenti, e alle inevitabili perdite, a cominciare dalla restituzione di oltre un miliardo di euro in caso di annullamento, il che sarebbe ancora il meno rispetto al discorso più ampio a proposito delle opere pubbliche su cui il silenzio, anzi il dissenso, dei pentastellati è sempre più forte. Un atteggiamento (di governo, attenzione!) che, rispetto alla Tav rischia di farci perdere, oltre a infrastrutture degne di questo nome, a somme ingenti di eurofinanziamenti proprio per quei trasporti con i necessari sforzi per potenziarli e modernizzarli in tutto il continente da parte di Francia, Spagna, Germania e delle stesse Austria e Ungheria, sovraniste.

Ma tant’è: una volta è una battaglia per l’ambientalismo, un’altra contro gli sprechi della “casta”, un’altra per quella decrescita felice, la sola in grado di renderci più felici, appunto. E allora vai col No-Tav, No-Tap, No-Vax, No ai negozi aperti di domenica, No al terzo valico e, va da sé, No all’Euro, anche se, va pur aggiunto, si può parlare di un grillismo di governo che ha preso qualche distanza dai tanti “No” di prima, arroccati com’erano sui velleitarismi un tanto al chilo e sempre di corsa nelle fughe dalla realtà.

Intanto, una capatina a Parigi di Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista ha dato una tinta di giallo anche all’Italia guidata da questo governo giacché “il vento del cambiamento ha valicato le Alpi” come ha commentato Di Maio dopo l’incontro con Christophe Chalencon, leader del gilet gialli che fra qualche giorno sarà a Roma, ricambiando la visita e confermando di essere “d’accordo su tutto”.

Il fatto è che nello stesso governo esiste un’altra forza politica guidata da un Matteo Salvini che, pur nell’abbondanza televisiva (e non solo) dei fintamente scocciati botta e risposta, non sembra sempre sulla linea dei Cinque Stelle e ne sono prova sia gli scontri e gli urti sia i riaggiustamenti che, al di là del “nuovo che avanza”, ci riporta quotidianamente negli stili cari alla Prima Repubblica con i capi intorno al tavolo intesi a lenire, sopire, allontanare il fuoco dalla paglia. E a fare? Ben poco.

Sullo sfondo non tanto o soltanto i voti di fiducia in questo Parlamento, ma soprattutto quel processo a Salvini in cui l’ortodossia pentastellata incarnata dal duo Fico-Di Battista già all’opera nel No-Tav non potrà non animare un voto che è di per sé un passaggio tanto obbligato quanto ricco di incognite. E da qualche parte si ode come un sussurro, una parola: rinvio.