Radio radicale, corsa contro il tempo per salvarla

È una corsa contro il tempo per salvarla. Parliamo di Radio radicale. E del suo archivio pluridecennale di cronache di famosi processi, sedute parlamentari e di un vero e proprio excursus della storia politica e della convegnistica culturale della seconda metà del secolo scorso e della prima metà di quello ancora in corso. Ma lo stesso discorso vale anche per i giornali come il nostro – fondato da Cavour – che non possono prescindere dai finanziamenti pubblici all’editoria. Che vengono dati in tutta Europa, e in Germania, segnatamente, in maniera cospicua. Sembra che Vito Crimi, scelto dal governo del cambiamento nel ruolo di sottosegretario con delega per questi finanziamenti e per la convenzione con Radio radicale, sia stato in parte convinto dai suoi consulenti a studiare un “Piano B”.

“Per non fare la figura dell’Erdogan italiano”, è stata la frase riportata dalla fonte in questione. Però bisogna salvare la faccia rispetto ai soliti elettori estremisti della galassia Cinque Stelle, che sinora hanno già comunque digerito i tentennamenti sulla Tav, le retromarce sulle trivelle e il Tap e, last but not least, il salvataggio della Banca Carige con i soldi pubblici. La buona notizia è che i ras grillini si fidano dei propri consulenti perché ben consci di non essere loro stessi all’altezza di risolvere questo tipo di problemi. Ma la cattiva notizia è costituita non solo dal fatto che devono comunque mediare con l’elettorato estremista di cui sopra, ma anche che devono salvare la reputazione rispetto all’opposizione del Partito Democratico. Che ha scelto di derogare persino ai propri principi pur di prenderli in castagna su tutto. Con il paradosso di spingerli verso il peggio, cioè a essere fedeli alle balle e alle follie promesse in campagna elettorale, piuttosto che educarli alla realtà. Su Radio radicale si parrà subito la loro nobilitate.

Ci sono pochi mesi di tempo e la campagna stampa di molti giornali nonché le dichiarazioni trasversali della politica, compresi i parlamentari del movimento, avrebbero convinto il Governo a non pestare la cacca. Se funziona il “Piano B” per salvare quello che non è retorico definire un vero e proprio patrimonio nazionale ed europeo, allora anche la piccola editoria – tranne quella di partito – potrà sperare in un esito diverso di quello della “morte per risparmio demagogico e inutile”.