Caso Regeni: l’Italia risponda agli inquirenti egiziani

Sul caso Regeni si riacutizzano i contrasti tra l’Egitto e l’Italia. Che non è propriamente una buona notizia.

Di recente, i magistrati della Procura di Roma, incaricati dell’indagine sulla tragica morte del giovane ricercatore universitario friulano in forza all’ateneo di Cambridge, hanno iscritto nel registro degli indagati sette agenti dei Servizi segreti egiziani. Gli inquirenti al momento contestano agli 007 il reato di sequestro di persona. Stando all’analisi dei tabulati telefonici è ormai certo che Giulio Regeni sia stato pedinato e intercettato dagli uomini dell’intelligence del Cairo a partire dal dicembre 2015 e fino al 25 gennaio 2016, giorno della sua scomparsa. Ma gli inquirenti egiziani non ci stanno alla decisione degli omologhi italiani di cui stigmatizzano il comportamento nella conduzione delle indagini. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Menia, la Procura generale del Cairo, mercoledì scorso, avrebbe chiesto ai colleghi romani di indagare sulle modalità di realizzazione del viaggio di Regeni in Egitto. in particolare, si domandano gli investigatori egiziani: perché il ricercatore è approdato al Cairo con un visto turistico e non di studio come sarebbe stato logico visto che le intenzioni erano quelle di completare in loco una ricerca scientifica? E perché la sua tutor dell’Università di Cambridge non l’ha messo in contatto con le autorità accademiche dell’università del Cairo per acquisire gli elementi utili alla ricerca ma lo ha indirizzato ad una collega di origini statunitensi nota per le simpatie verso il movimento dei Fratelli musulmani?

Capiamoci bene, non si vuole sminuire la responsabilità degli apparati di sicurezza egiziani nel sequestro e nell’uccisione di Giulio Regeni, che c’è e pesa come un macigno. È che siamo curiosi di sapere se è vero ciò che affermano i magistrati del Cairo. Davvero Regeni era in entrato in Egitto con un visto turistico? E perché? Il giovane era lì per ragioni di studio oppure qualcuno, a Londra, ha pensato d’incaricarlo d’occuparsi d’altro? Se così fosse allora non capiremmo la traiettoria unidirezionale che ha preso l’indagine. Va bene la pista egiziana, ma Cambridge? Perché non figura nel registro degli indagati anche la professoressa, tutor di Regeni, Maha Abdelrahman, di origine egiziana e vicina alla Fratellanza musulmana, notoriamente ostile all’attuale governo di al-Sisi? A questo riguardo sentiamo di condividere pienamente l’opinione del generale Mario Mori, ex capo dei Ros dei carabinieri, rilasciata qualche tempo fa ai microfoni de “La Zanzara” su Radio 24. Sostiene il generale: “Lei (la professoressa n.d.r.) voleva scandagliare la situazione egiziana, ma sono metodi dei servizi segreti inglesi che fanno svolgere certe attività a imprenditori e altre persone. Lui era inconsapevole, ma chi lo ha mandato lo ha mandato nella bocca del leone, la professoressa non poteva non saperlo... È stato venduto (Giulio Regeni n.d.r.) ed è stato fatto ritrovare per una lotta di fazioni all’interno del governo egiziano”.

Perché tanti riguardi per la docente, visto che quando è stata interrogata a Cambridge dagli investigatori italiani, la testimonianza resa sarebbe stata, a detta delle stesse fonti della Procura di Roma, del tutto insoddisfacente? Più procede l’indagine e più il quadro si fa chiaro. Giulio Regeni è stato vittima di uno sporco gioco d’interessi. Se ha ragione il generale Mori, il nostro connazionale è stato usato e abbandonato al suo destino da menti ciniche che hanno utilizzato la sua persona a fini di lotta politica interna agli assetti di potere egiziani. Il giovane ricercatore era stato messo in contatto con un personaggio corrotto e ambiguo che ha poi confessato di essere la spia responsabile dell’arresto del giovane. Un sedicente capo di un sindacato di ambulanti del Cairo che avrebbe tentato di estorcere ingenti somme di denaro a Regeni. Ma chi ha consigliato a Giulio di affidarsi a un pendaglio da forca? Gli egiziani responsabili materialmente delle torture e della morte di Regeni meritano di essere catturati, processati e incarcerati per il resto della loro vita. Ma bisognerebbe riservare un soggiorno in cella anche alla signora Maha Abdelrahman e a quanti, fedeli sudditi di sua maestà britannica, abbiano messo in trappola l’incolpevole Regeni. Gli assassini non sono solo quelli che fisicamente compiono l’atto omicidiario ma anche coloro che consapevolmente creano le condizioni perché il crimine venga compiuto.

Probabilmente, i Servizi segreti inglesi si sono dati da fare perché gli inquirenti italiani non andassero troppo a fondo nei misteri dell’ateneo britannico. Se così fosse sarebbe quanto meno ipocrita sostenere che le autorità nostrane si siano incamminate sul sentiero della verità, riguardo alla vicenda Regeni. Perché una mezza verità è peggiore di una sfacciata menzogna. Se non si vuole, o non si può, andare fino in fondo è lecito domandarsi che senso abbia il teatrino messo in piedi sui botta-e-risposta con gli inquirenti del Cairo. Si abbia il coraggio di metterci sopra una bella pietra in nome della ragion di Stato così la facciamo finita con le sceneggiate degli “offesi” in stile Roberto Fico che ha deciso di togliere il saluto al suo omologo, presidente del parlamento egiziano. Giulio Regeni ha fatto una fine atroce. Aveva davanti una vita lunga e piena di cose belle, che non potrà vivere per colpa di qualcuno. Giulio, la sua famiglia, il suo Paese, meritano giustizia piena. Le mezze verità non bastano.