Def: e poi arriva “The Donald”

lunedì 15 ottobre 2018


La notizia era nell’aria: l’ombrello Usa è pronto ad aprirsi sul debito sovrano del nostro Paese. Nel 2019 il Tesoro italiano dovrà collocare sul mercato primario titoli per un controvalore di circa 400 miliardi di euro, di cui 260 a medio-lungo termine, e Donald Trump non se ne starà alla finestra ad assistere al tracollo italiano e al trionfo dei “nemici” tedeschi e francesi che danzeranno sulle ceneri del nostro sistema produttivo. Perché, nonostante i media nostrani fingano di non saperlo, la guerra dello spread che si preannuncia contro l’Italia pesa sulla geopolitica e sui rapporti di forza tra potenze planetarie ben più che sulla naturale dinamica che muove gli interessi degli investitori sui mercati finanziari.

Il nostro non è un Paese qualunque. Il suo ruolo nella composizione e scomposizione delle alleanze sullo scacchiere globale potrebbe risultare decisivo. È noto che l’amministrazione di Washington abbia ingaggiato una lotta al coltello con le grandi potenze manifatturiere, in primis Cina e Germania, che hanno fatto degli Stati Uniti il terreno di caccia favorito per generare plusvalenze commerciali gigantesche. Donald Trump intende invertire la logica che finora ha consegnato gli Stati Uniti al ruolo di compratore di ultima istanza delle produzioni degli altri Paesi, in particolare degli alleati. Ha cominciato dalla guerra dei dazi per rimettere in equilibrio la bilancia commerciale con il resto del mondo. Ma non si fermerà a quella.

Trump, prendendo esempio da Mao Tse-tung, vuole colpirne uno per educarne cento. Allo scopo, ha messo nel mirino la Germania. La Casa Bianca vuole spezzare la catena con la quale la Germania tiene legati a sé i partner all’interno dell’Unione europea. Romperne il monopolio della decisione stimolando il bilateralismo nelle relazioni con i singoli Stati europei, comunque interessati alla partnership strategica con gli Usa, è la stella polare della politica transatlantica di Trump. In tale ottica l’Italia giallo-blu che si ribella ai diktat confezionati a Bruxelles su mandato dell’asse carolingio piace moltissimo a Washington. Sottrarre lo “stivale” al tacco franco-tedesco per Trump sarebbe un successo politico di primaria grandezza.

Ora, non essendo più all’ordine del giorno l’impiego dei carri armati e delle artiglierie per stabilire i rapporti di forza tra gli Stati, è invalso l’uso di agire sulla leva finanziaria. Trump non ha alcun interesse a che i suoi “nemici” commerciali facciano un sol boccone dell’Italia portandole via quel poco che le è rimasto di grandi aziende, pubbliche e private, ad alto grado competitivo. Se quindi l’arma del terrorismo psicologico è funzionale a far fuggire gli investitori dai titoli del debito sovrano italiano spaventandoli con apocalittiche previsioni di crollo, preconizzate dalle entità sovranazionali fortemente influenzate dal potere dell’asse carolingio, la contromossa americana a difesa non può che essere quella di spingere gli investitori “amici” a dichiararsi pronti a fare l’inverso: comprare il debito sovrano italiano. Cosa peraltro già annunciata lo scorso luglio dalla banca d’affari J.P. Morgan Chase & Co, per bocca del suo ceo e chairman, Jamie Dimon.

Di recente, il premier Giuseppe Conte ha tenuto a far sapere che Steve Mnuchin, segretario al Tesoro Usa, ha dichiarato che “l’Italia non rappresenta un fattore di rischio”. Sulla medesima lunghezza d’onda si colloca il faccia-a-faccia a Bali, lo scorso fine settimana, tra il ministro dell’Economia Giovanni Tria e l’omologo statunitense Steve Mnuchin, a margine dell’assemblea annuale del Fondo Monetario internazionale/Banca Mondiale. I due hanno parlato di sostenibilità del debito italiano e di appetibilità di rendimento dei suoi titoli. D’altro canto, come potrebbe essere altrimenti? Un Paese che si presenta sul mercato con cinque innegabili punti di forza, che sono nell’ordine: una consolidata affidabilità nel pagamento dei propri debiti, che non appartiene ad altri Paesi (leggi Germania e Grecia); un solido apparato produttivo che fa dell’Italia la seconda manifattura in Europa; un risparmio privato che ammonta al 31 marzo 2018 (fonte: Banca d’Italia) a circa 4.406 miliardi di euro, cioè il doppio del Debito pubblico; un significativo surplus nella bilancia commerciale; un costante avanzo primario nei saldi di finanza pubblica, perché mai i suoi titoli dovrebbero valere spazzatura, se non per ragioni di natura metafinanziaria?

L’astuto “Donald” gioca sul velluto: sostenere l’Italia gli costerà irrilevanti rischi e gli recherà molti benefici. Il segnale di tranquillità consegnato personalmente da Trump al Governo di Roma, nel corso della visita a Washington di “Giusepi” Conte lo scorso luglio, trova conferma nell’attenzione positiva che l’ambasciatore Usa in Italia, Lewis Eisenberg, riserva al Governo giallo-blu definendolo “la quintessenza della democrazia in azione”. Poi, sarà un caso ma Eisenberg è newyorkese e di mestiere, prima di diventare ambasciatore, è stato finanziere.

Dopo il mancato effetto Vajont sui titoli del debito sovrano nostrano, nella scorsa settimana, ancora in queste ore il New York Times insiste pronosticando per il nostro Paese il ruolo di epicentro della prossima crisi finanziaria. E la folta pletora di disfattisti esteri ed autoctoni, che ha scommesso sul declassamento del merito di credito dei titoli italiani ad opera delle agenzie di rating, ringrazia. La speranza è che una bocciatura faccia da innesco alla crisi che provocherà, come nel 2011, la caduta dell’Esecutivo e l’insediamento di un più appropriato “Governo dei tecnici” chiamato dai “vincitori” a rimettere l’Italia al posto che i padroni del vapore vorrebbero occupasse nella scala gerarchica del potere geopolitico europeo: molto al di sotto di Francia e Germania e appena una mezza spanna sopra la Grecia. Tocca allora a Standard & Poors e a Moody’s, entro fine mese, pronunciarsi. Ma si dà il caso che entrambe le Agenzie abbiano sede negli Usa. Sarà una coincidenza ma qualcosa ci dice che i nemici interni ed esterni dell’Italia anche stavolta rimarranno alquanto delusi.


di Cristofaro Sola