Giammai ti pentirai d’aver taciuto...

In verità l’antica massima, in questo caso riferita alla parlantina (su tutto e tutti) di Luigi Di Maio, va completata con l’inevitabile suggerimento “...sempre d’aver parlato”.

Sembra facile, come si diceva su Carosello nella vecchia tivù, ma, in ispecie per questo Governo, limitare l’eloquio sta diventando non soltanto una caratteristica fra le tante, ma una sorta di obbligo, probabilmente per esserci. Questo è il problema: esserci. Ma sarebbe meglio l’altro verbo, antico anche questo: fare i milanesi, eredi forse di una tradizione non soltanto lombarda ma asburgica, e che coltivano da oltre un secolo l’altro proverbio in dialetto: val püsé un andá che cent andemm, comprensibile senza traduzione.

Il fatto è che lo sfondo sui cui si muove questo Governo e dunque i suoi vice, oltre che il legittimo presidente, è caratterizzato dal fiume delle parole, dal torrente delle dichiarazioni, dal mare delle prese di posizioni ma, oltre a tutto questo bailamme di parole, non pare che almeno fino ad ora ne siano seguiti i fatti, appunto.

Ma l’ultima gaffe (ma forse non lo era) dimaiana, scambiando Puglia con Basilicata, suggerisce qualcosa in più e di diverso nelle reazioni del vicepresidente del Consiglio insieme a un Raffaele Emiliano dapprima sorpreso, ma subito dopo intervenuto in difesa dell’illustre ospite. E a proposito dei giornalisti.

Intendiamoci: uno sfogo contro quelli della stampa, quando ci vuole ci vuole, ci mancherebbe altro, soprattutto se una frase di un alto rappresentante del nuovo che avanza (al Governo) viene in un certo qual senso buttata in barzelletta. In questo caso le reazioni del “colpito” sono persino ovvie. Il punto non è questo ma l’altro, ovvero il seguito delle motivazioni di Luigi Di Maio laddove se la prende, direi ufficialmente, con coloro che avevano scritto i commenti di cui sopra definendoli, fra l’altro, giornalisti ignoranti e in malafede che vogliono dare discredito a questo Governo e dunque ci vorrebbe una “legge per garantire che gli editori siano puri e i giornalisti liberi di fare inchieste”.

Ora, mentre si può capire e giustificare un ministro che si sente, come dire, preso in giro per una battuta che (forse) non ha detto, di certo non troverà molti avvocati difensori per il seguito del suo intervento non foss’altro perché rischia di evidenziare una convinzione più generale, un ragionamento più ampio, un giudizio per dir così categoriale nella misura con la quale porta con sé il richiamo a una necessità legislativa che inevitabilmente entra nel campo minato della libertà di stampa, a sua volta collegato strettamente a un’altra libertà: quella del pensiero. Si parla cioè di un pensiero nascosto che viene a galla e che, tra l’altro, oltre a destare qualche preoccupazione a proposito dei nervi del criticato per una reazione francamente spropositata, non ha alcuna possibilità di incidere democraticamente su situazioni del genere a meno che non si ricorra a decreti legge di governo, ma in questo caso la democrazia e la libertà andrebbero a farsi benedire, come ben sappiamo dalla storia del secolo scorso, e non soltanto per quanto riguarda quelli della stampa e dell’editoria in genere.

C’è comunque uno sfondo su cui questo episodio è avvenuto e riguarda quello che poco sopra si indicava come un vero e proprio profluvio di dichiarazioni che i primi tre di questo governo, Matteo Salvini incluso, non ci risparmiano nel day-by-day della politica e che risparmiamo ai lettori che, del resto, ne sono più a conoscenza di noi addetti ai lavori. Perché queste esagerazioni nel parlato in un panorama nel quale i mass media ci mettono del loro per enfatizzarle, da mane a sera fino a notte inoltrata, servono non soltanto a una presenza quasi asfissiante sui mezzi di comunicazione, ma a una narrazione delle promesse, a un racconto del futuribile, a una sorta di coinvolgimento dello spettatore e fruitore con capitoli che spaziano dalle Autostrade a negozi domenicali a chi più ne ha più ne metta. E i fatti?