Non decidere fingendo di decidere

Le cannonate delle opposizioni contro la corazzata governativa giallo-blu, al momento, non sortiscono effetti. La ragione è semplice: la nave battente bandiera penta-leghista è fuori dal tiro delle batterie degli scalcinati vascelli del centrosinistra e di Forza Italia. Come ampiamente attestano i dati sulle intenzioni di voto, i colpi esplosi dalle minoranze in Parlamento sono stati altrettanti buchi nell’acqua. Bisognerà attendere in autunno la discussione sulla Legge di Bilancio perché la corazzata governativa finisca sotto il fuoco incrociato degli avversari. Soltanto allora si potrà capire se riuscirà a proseguire indenne la sua navigazione nella legislatura, avendo rintuzzato gli attacchi nemici, oppure se colerà a picco. Per adesso i membri dell’equipaggio, sia quelli che indossano il camisaccio “blu-Matteo” sia quelli col camisaccio giallo a Cinque Stelle trapuntate sul berretto, restano guardinghi ai loro posti di combattimento. Tutti, però, cantilenando la preghiera del marinaio. E quel verso: “…Dà giusta gloria e potenza alla nostra bandiera/comanda che la tempesta ed i flutti servano a lei/poni sul nemico il terrore di lei”, ossessivamente ripetuto per darsi coraggio di fronte al montare dei flutti della quotidianità. Nel mentre le salve di cannone fuori misura increspano la superficie ondosa della politica balneare il pensoso comandante del vascello, diversamente elegante nella sua bizzarra livrea giallo-blu, legge con sguardo cupo da un foglio che gli ha passato il suo ufficiale di rotta, di stanza a Roma in Via XX Settembre, una lirica ungarettiana. “Si sta come/d’autunno/sugli alberi/le foglie”.

La ciurma viene scossa dalla medesima sensazione di precarietà che trasforma i “Sacri Palazzi”, esanimi sotto un cielo liquido nelle giornate della mezza estate romana, allo scoccare dei cent’anni, nel Bosco di Courton. Il baluginio delle bocche da fuoco ancora lontane annuncia l’approssimarsi del momento in cui si capirà se si forza o si affonda. Fino ad allora non si risponderà al nemico che con linguacce e gestacci li sfida a farsi sotto. Niente si farà che possa esporre una o entrambe le fiancate di babordo e tribordo alle sue bordate.

Fuori di metafora, è del tutto inutile pretendere che il Governo dica qualcosa di definitivo sui nodi centrali dell’attuale stagione politica. Tav, Tap, Ilva, grandi opere per il momento sono state messe in stand by da un “Ni” dei capibastone pentastellati e leghisti. Se ne comprende la ragione. Entro l’autunno le parti contraenti il “contratto” di governo sapranno se i punti qualificanti del loro programma troveranno spazio nella manovra finanziaria. Non è roba di poco conto. Si tratta della flat tax e dell’abolizione della Legge Fornero che stanno a cuore alla Lega e del reddito di cittadinanza che è il cavallo di battaglia dei Cinque Stelle. I due partiti hanno promesso ai rispettivi elettorati che le riforme-bandiera si faranno. C’è tuttavia un problema di risorse da reperire che non sono alle viste. Come non lo è l’agognato via-libera dalle autorità di vigilanza di Bruxelles nient’affatto disposte a fare concessioni in tema di sforamento dei parametri fissati per il rapporto deficit/Pil. È prevedibile, nel caso le riforme annunciate non dovessero essere realizzate, che la compagnia governativa si scioglierà prima del previsto. Prima ancora del test elettorale fissato per la prossima primavera, in occasione del rinnovo del Parlamento europeo. Un prematuro e precipitato ritorno al voto obbligherà sia i Cinque Stelle, sia la Lega a riappropriarsi del bagaglio propagandistico con il quale hanno vinto lo scorso 4 marzo per ripresentarlo, intonso, agli elettori. È di tutta evidenza che una decisione presa oggi sui punti nodali dell’azione di governo potrebbe comprometterne la credibilità.

Cosa accadrebbe, ad esempio, nella cittadina pugliese di Melendugno, che lo scorso 4 marzo ha dato al Movimento Cinque Stelle il 68 per cento dei consensi, se oggi i grillini dicessero, a proposito della realizzazione della Tap, “l’opera va realizzata così com’è stata prevista. Perciò, beccatevi il tubo da 48 pollici di diametro nominale e niente storie”? La percentuale di gradimento del grillismo in quelle terre crollerebbe sotto i tacchi. Intanto, non c’è il minimo dubbio che il tratto finale di 8 chilometri sul suolo italiano della Trans-Adriatic Pipeline vada completato. Si tratta di un’opera strategica che, una volta a pieno regime, porterà nella rete energetica del nostro Paese circa 20 miliardi all’anno di metri cubi di gas naturale azerbaigiano, dalle sponde del mar Caspio transitando per la Turchia, la Grecia, l’Albania, il fondale del Mar Adriatico. Non esiste alcun elemento razionale che possa giustificare il blocco di un‘opera che si stima farà calare del 10 per cento la bolletta energetica pagata dalle famiglie e dalle imprese italiane. Ma i grillini che hanno preso voti tra le popolazioni locali, le quali ragionano secondo la logica egoistica del non-nel-mio-giardino, non possono rimangiarsi la promessa di bloccare tutto se percepiscono concreto il rischio di un ritorno anticipato alle urne. Stesso dicasi per i tanti no spesi a destra e a manca durante la campagna elettorale. Perciò mettiamoci comodi, fino all’autunno oltre ai fuochi d’artificio non vedremo nulla di concreto da questo Governo. Se qualcosa accadrà sarà solo dopo il varo della Finanziaria. Ma quel giorno potremmo essere costretti a dover scrivere non l’elogio ma il necrologio del Governo del cambiamento.