Nuovo che avanza indietro

Si viene presi certe volte dalla nostalgia personalizzata, come nel caso nostro per Marco Pannella, senza renderci conto appieno non solo del tempo passato ma della stessa memoria che vacilla e si confonde. Il fatto è che la frase “il nuovo che avanza” è, per gente come noi, il rifugio di chi si sente (e lo è) vecchio politicamente, cosa peraltro normale in un tempo e in un Paese in cui la politica non c’è più.

Ma sul nuovo che avanza, ieri, oggi e domani, le punture pannelliane colpivano nel segno, non erano mai a vuoto e, soprattutto, ne mostravano il lato decadente nella misura sotto la quale impegni simili tradiscono un’innata vecchiezza di pensiero (politico) e, al tempo stesso, ne rivelano il lato ridicolo. Se guardiamo ai “nuovi” di oggi, in modo speciale al più nuovo di tutti come un Luigi Di Maio che, a quanto si dice, si nasconde dietro i trolls per prendere a pesci in faccia il Presidente della Repubblica, l’altra puntura acuta del nostro direttore rievocante parallelismi con Radio Praga mostra il volto più vero e più nero dell’ultra nuovo.

E viene anche la voglia di riflettere sull’altro tema ricorrente a proposito di stampa e regime - un duo in direzione sempre più evidente di una colossale presa per i fondelli degli italiani - se non fosse che proprio nella sempre più attuale riflessione pannelliana sui mezzi e i fini trovassimo una sorta di uscita di salvezza per la politica tout court. E il bello è che, se osserviamo questa maggioranza fin dalla nascita, si resta colpiti non da quello che non fa ma dalla sua stesura per dir così programmatica la quale, si badi bene al nome, rifiutava fin da subito la tradizionale dicitura di programma in nome e per conto di un contratto. Che è cosa diversa anche se ispirata, si vorrebbe pensare, allo storico “Contrat social” di Jean-Jacques Rousseau.

Il punto, anzi uno dei punti più singolari (ad essere buoni), di questo contratto fra Salvini e Di Maio riguarda lo stesso inquilino di Palazzo Chigi che sarebbe per dir così a servizio dei due non tanto o non soltanto perché definito “esecutore” dal vocabolario dimaiano, ma esecutore di un programma  di governo scritto senza di lui. Forse anche perché pensiero e pratica nella politica grillina attribuiscono ai parlamentari il ruolo di funzionari al servizio del partito, secondo la minaccia dello stesso Beppe Grillo di qualche anno fa secondo cui “i parlamentari non possono fare il cazzo che gli pare. Se qualcuno di loro vuole decidere voti e alleanze indipendentemente dal mio imperativo, lo prendo a calci nel culo!”. Alla faccia di quell’Edmund Burke che, da liberale inglese del 1774, diceva ai suoi elettori: “Non rappresento voi, ma l’intero”. E ricordiamo pure la prima Costituzione della Rivoluzione Francese (1791): “Gli eletti non sono rappresentanti dei singoli dipartimenti, ma della nazione intera”, concetto poi ripreso dallo Statuto Albertino nel 1848 e infine calato nell’articolo 67 della nostra Costituzione anche a proposito dell’assenza di qualsiasi vincolo di mandato in nome della libertà e del primato della coscienza dei parlamentari il cui numero, del resto, è fissato sempre dalla Costituzione. Ma il leggendario nuovo che avanza col suo governo si propone di ridurre il numero dei membri del Parlamento a 400 per i deputati e a 200 per i senatori. Detto fatto? No, non basta una legge normale ma una riforma costituzionale.

Peraltro, riflettendo su altri due impegni per il cambiamento come la flat tax e il reddito di cittadinanza, anche in questi casi il richiamo alla Costituzione è obbligatorio sia perché le tasse devono essere progressive sia perché lo stesso reddito di cittadinanza uguale per tutti è una “cosa” piatta e, esattamente come la flat tax, entrambi non sono compatibili per il divieto che pone la Costituzione.

Avanti miei prodi, come si incitava una volta. O indietro?